“LA VACANZA DEGLI INTELLETTUALI”: AL CIRCEO IL LIBRO DI PAOLO MASSARI
di Giovanni Berardi
Al Circeo è venuto il regista Gianfranco Pannone a moderare l’incontro con lo scrittore Paolo Massari e a parlare del libro “Le vacanze degli intellettuali”. Le dune di Sabaudia, cosi come il promontorio di Circe, nel decennio dei settanta, sono stati davvero la culla per la realtà intellettuale del paese. Il primo ad avere scoperto le dune, e questo gli capitò proprio per caso, fu lo scrittore Alberto Moravia, che sino ad allora, cioè alla fine degli anni cinquanta, quasi nemmeno sapeva della loro esistenza. E fu una scoperta esilarante ed esplosiva come poi ha detto, tanto da convincerlo immediatamente a vendere il suo piccolo appartamento di Fregene e costruirne poi uno qui a Sabaudia. Il libro di Paolo Massari certamente è un libro potente per gli appassionati di quel mondo e della realtà culturale di Sabaudia, di cui tenta peraltro di trarne un parallelismo. La foto in copertina ritrae Alberto Moravia in una seduta di meditazione, usata poi per il lancio editoriale del suo romanzo, uno degli ultimi tra l’altro dell’acclamato scrittore, “La donna leopardo”. Al seguito di Alberto Moravia si trovarono poi sulle dune anche Pier Paolo Pasolini e Dacia Maraini. In realtà Pier Paolo Pasolini riuscì a godere della sua casa solo pochissimo tempo, forse solo un anno in realtà e solo saltuariamente, dall’estate del 1973, anno della conclusione della sua costruzione, e fino al momento della sua morte, avvenuta ad Ostia nel modo tragico che tutti sappiamo, il 1 novembre del 1975. Dice Dacia Maraini: ”ho vissuto la casa di Sabaudia di Pasolini per l’intera estate del 1973 dove insieme abbiamo scritto la sceneggiatura del film “Il fiore delle mille e una notte”. Nella mia mente ho una bellissima fotografia di Pier Paolo che cammina, alternando però i suoi passi con una corsa, sui dossi di Sabaudia. Il movimento gli faceva svolazzare sulle gambe un cappotto leggero e il suo corpo sembrava esprimere qualcosa di risoluto, di doloroso. E’ la fotografia di Pier Paolo Pasolini, colto in tutta la sua terribile solitudine ed in tutta la sua profondità di pensiero. Ecco, lo immagino così in questo momento, Pier Paolo, in corsa sulle dune e in corsa su un cielo che non gli è più ostile”. Sabaudia evoca in Dacia Maraini assoluti ricordi: “percorrendo la Pontina per giungere qui a Sabaudia il pensiero mi è subito corso ai bei tempi andati. Sabaudia significa per me quelli che sono stati i miei momenti più intensi. Sabaudia rappresenta soprattutto la vita trascorsa insieme ad Alberto Moravia e a Pier Paolo Pasolini. Un rapporto cioè assoluto di memoria. Un’epoca che è stata magnifica nella mia vita. Sabaudia è anche il momento in cui io e Pier Paolo abbiamo scritto in quindici giorni il copione del film “Il fiore delle mille e una notte”. In quei giorni c’era un mare bellissimo a Sabaudia, ma né io né Pier Paolo ci abbiamo mai messo piede. Ci alzavamo alle sei del mattino e lavoravamo fino a tarda sera tardi, saltando i pasti o semplicemente mangiando un panino. Suscitavamo
in questo senso le proteste di Alberto che avrebbe voluto invece un poco più di tempo per i pasti. E mi ricorda anche il tempo in cui, in una intera estate, ho scritto il romanzo “La lunga vita di Marianna Ucria”. Ma quello che restava importante è che davvero in queste zone si raggiungeva, e si viveva soprattutto, il senso felice di una appartenenza. Oltre a Moravia e a Pasolini c’era Bernardo Bertolucci, Mario Schifano, c’è ancora oggi Roberto D’Agostino e Giovanni Malagò, venivano poi Enzo Siciliano, Alain Elkan, Dario Bellezza, Laura Betti, Vincenzo Cerami, Renzo Paris, Nori Corbucci, Sergio Citti, Ninetto Davoli. E si guadagnava facilmente una vita semplice, certosina. E questa per noi era una ricchezza. C’era insomma qualcosa di veramente magico tra le dune. E non c’era assolutamente mondanità”. Dacia Maraini, con la sua presenza, in qualche maniera concilia davvero il trasferimento in epoche lontane, e in un epoca dove davvero avevi la sensazione netta di vivere. Primi anni settanta dunque, una Italia bellissima, una cultura fiorente, un cinema vivissimo, denso di introspezioni, indagini, inezie, spettacolo. Un cinema e una letteratura di riflessioni argute, nette, precise. Un cinema e una letteratura che si cullavano veramente, e soprattutto, nel prezioso dono della libertà. E poi il mondo della musica e i cantautori, finanche anche quello delle canzoni più semplici, tutto in quell’Italia riportava alla potenzialità più abile e più conquistata. Naturalmente è la immensa personalità di Dacia Maraini, che resta gigantesca, che a noi facilita questo percorso, che proprio lo abilita e lo rende concreto. Tutto di Dacia Maraini insomma esalta quel percorso costruttivo. E poi per la nostra generazione tutto era mitico in quel decennio dei settanta, forse anche i truculenti momenti di piombo. Per il cronista trovarsi al cospetto di Dacia Maraini è un po’ il ritorno ai tempi migliori, agli anni delle scoperte, delle conquiste, della coscienza. Con la musica, con la letteratura, con il cinema, con i fumetti, con la politica, con la scuola. E non penso che era solo un fatto generazionale, in fondo la sensazione era di scoprire insieme ai nostri padri il valore assoluto e concreto della cultura, si godevano insomma quasi insieme questa libertà e queste vette culturali.


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