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	<title>PresenteFuturo.org &#187; Giovanni Berardi</title>
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		<title>MA CHE SEI IL FIGLIO DI LANDO? IL LIBRO DI MASSIMILIANO BUZZANCA</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 10:05:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Berardi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si torna a parlare di Lando Buzzanca con il bel libro edito dalla casa editrice Baldini§Castoldi e scritto dal figlio Massimiliano. Lando Buzzanca è stato un attore davvero legato alla terra pontina, a San Felice  Circeo per anni ha abitato una villetta sul mare, luogo dove Lando amava trascorrere più tempo possibile, anche in tempi in cui il suo lavoro di attore si svolgeva soprattutto a Roma. Noi ricordiamo ancora oggi soprattutto il Buzzanca denominato l’Homo Eroticus,quello cioè legato al personaggio principale incarnato sul grande schermo nel periodo favoloso degli anni settanta. Come tale, dunque, Lando Buzzanca nelle sue pellicole era sempre circondato da donne bellissime, ora mogli, ora amanti, ora amiche, sempre femmine comunque che non vedevano l&#8217;ora di trovarsi a letto proprio con lui. Era un cinema davvero “bello a vedersi” dunque, dietro queste aspettative, e salutare poi, per la generazione come la nostra, quella che aveva all&#8217;incirca tredici o quattordici anni nei primissimi anni settanta, gli anni cioè in cui cominciava ad esplodere in sala il cinema decisamente “più riconosciuto” e “più consumato” di Lando Buzzanca attore. Lando Buzzanca rimane certamente l&#8217;attore più riconoscibile degli anni settanta, quello che certamente ha messo d&#8217;accordo più di una generazione [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2026/04/Berardi-Buzzanca.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignleft size-medium wp-image-5488" src="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2026/04/Berardi-Buzzanca-300x225.jpg" alt="Berardi-Buzzanca" width="300" height="225" /></a>Si torna a parlare di Lando Buzzanca con il bel libro edito dalla casa editrice Baldini§Castoldi e scritto dal figlio Massimiliano. Lando Buzzanca è stato un attore davvero legato alla terra pontina, a San Felice  Circeo per anni ha abitato una villetta sul mare, luogo dove Lando amava trascorrere più tempo possibile, anche in tempi in cui il suo lavoro di attore si svolgeva soprattutto a Roma. Noi ricordiamo ancora oggi soprattutto il Buzzanca denominato l’Homo Eroticus,quello cioè legato al personaggio principale incarnato sul grande schermo nel periodo favoloso degli anni settanta. Come tale, dunque, Lando Buzzanca nelle sue pellicole era sempre circondato da donne bellissime, ora mogli, ora amanti, ora amiche, sempre femmine comunque che non vedevano l&#8217;ora di trovarsi a letto proprio con lui. <a href="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2026/04/locandina-Ma-che-sei-il-figlio-di-Lando.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignright size-medium wp-image-5489" src="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2026/04/locandina-Ma-che-sei-il-figlio-di-Lando-193x300.jpg" alt="locandina Ma che sei il figlio di Lando" width="193" height="300" /></a>Era un cinema davvero “bello a vedersi” dunque, dietro queste aspettative, e salutare poi, per la generazione come la nostra, quella che aveva all&#8217;incirca tredici o quattordici anni nei primissimi anni settanta, gli anni cioè in cui cominciava ad esplodere in sala il cinema decisamente “più riconosciuto” e “più consumato” di Lando Buzzanca attore. Lando Buzzanca rimane certamente l&#8217;attore più riconoscibile degli anni settanta, quello che certamente ha messo d&#8217;accordo più di una generazione di spettatori.  Addirittura due fumetti, negli anni fatidici, della  Renzo Barbieri Editore, il Lando e Il montatore<strong>,</strong>  si sono ispirati a Buzzanca, il primo alle sue gesta, pur mantenendo nella fisicità il viso raffigurante piuttosto Adriano Celentano, l&#8217;altro proprio al suo preciso e corvino tratto somatico, ma entrambi ispirati soprattutto all&#8217;eco ed alla letteratura trionfante di un suo film simbolo, l&#8217; Homo Eroticus  di  Marco Vicario appunto, in cui Buzzanca interpretava il personaggio di  Michele Cannareta, un pover&#8217;uomo siciliano trapiantato a Bergamo, nato con una “straordinaria” malformazione fisica: possedeva non due ma bensì tre testicoli, e per questo la scienza medica gli aveva messo gli occhi addosso per lo studio. Per noi, ragazzini dell&#8217;epoca, Lando Buzzanca, proprio in questo senso, è stato finanche un&#8217;idolo, quello che ci ha indirizzato quasi alle gioie della sessualità più ridanciana e, tra le righe, più rispettosa e normalissima. I suoi film comunque, normalmente vietati ai minori di anni diciotto, non ci hanno impedito l&#8217;ingresso in sala, anche se la nostra era una generazione che in quel tempo non aveva ancora, appunto, l&#8217;età giusta per accedervi, parliamo di anni, in fondo, in cui le minime leggi, le più semplici, venivano facilmente e bonariamente raggirate dalla comunità, in nome anche di una autentica, sicura, decisa libertà.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2026/04/locandina-Homo-eroticus.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignleft size-medium wp-image-5490" src="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2026/04/locandina-Homo-eroticus-165x300.jpg" alt="locandina Homo eroticus" width="165" height="300" /></a>E in effetti, ripercorrere oggi la storia del cinema di Lando Buzzanca certamente significa, “storicamente proprio”, ricordare anche “come eravamo” in quegli anni tipici, semplicemente “arrapati davvero fino al  midollo”, tutti.  Non può esserci spiegazionemolto diversa, dietro al totale successo di pubblico di quelle pellicole, che all&#8217;epoca lo spettatore vedeva sempre pieno di autentica gioia, erano pellicole sempre spassose, in definitiva semplici, prive appunto di qualsiasi effettivo mordente sociologico o psicologico o di esplicitamente politico, tanto caro al periodo, pellicole effettivamente da guardare a quattro occhi e due mani, grazie anche “alle estreme grazie”, sempre visibilmente disponibili, di Laura Antonelli, Catherine Spaak, Barbara Bouchet, Rossana Podestà, Senta Berger, Silva Koscina, wa Aulin, Pamela Tiffin, Marilù Tolo, Rosanna Schiaffino, Magali Noél,  Katia Christina,  Dagmar Lassander,  Martina Brochard,  Agostina Belli,  Maria Grazia Spina, Stella Carnacina, Eva Czemirys, Gloria Guida, Femi Benussi. Insomma i film di Buzzanca erano pellicole che non pretendevano affatto di scrivere la storia del costume italiano, non facevano davvero parte della grande tradizione della commedia all&#8217;italiana, quella per intenderci, in prim&#8217;ordine, di Age e Scarpelli, di Mario  Monicelli, Dino Risi ed Ettore Scola, questo almeno nella sua massima filmografia, anche se le situazioni evocate avevano la cornice adagiata proprio nei difetti tipici ed ingombranti della società italiana, per qualcuno anzi, addirittura, adagiati nella volgarità dell&#8217;educazione italiana del periodo ipocrito-democristiano. E su questo appunto Lando Buzzanca, negli ultimi tempo della sua vita, non era più disposto a transigere. Per questo rivendicava sempre e con forza che i suoi film non erano inetti o volgari, semplicemente rappresentavano, in maniera più semplice possibile, la crisi imperante che il maschio viveva di fronte all&#8217;emancipazione femminile, sempre più scatenata e finanche politicizzata. Non c&#8217;erano in quelle pellicole, e non venivano nemmeno cercati altri tipi di contesti, sociologici, politici o quant&#8217;altro, anche se, in qualche maniera, ne riflettevano certamente la portata. Diventava essenziale in quei  film, semplicemente, mettere alla berlina la fragilità conclamata dei maschi. Ma fu un messaggio certo non capito, non condiviso, perché i manifesti in strada che pubblicizzavano i film di Buzzanca, raffiguranti quasi sempre femmine in abiti succinti o provocatori, venivano regolarmente strappati e vituperati, e le azioni quasi sempre denunciate da gruppi di femministe organizzate. Ora ci piace ricordare comunque che gli esordi e la permanenza di Buzzanca al cinema furono decisamente altissimi: Pietro Germi, Antonio Pietrangeli, Elio Petri, Steno, Luigi Zampa. E poi Alberto Lattuada, Vittorio De Sica, Dino Risi, Franco Rossi, Nanni Loy,  Vittorio De Sica. E’un curriculum questo che certamente significa moltissimo. Il personaggio tipico interpretato da Lando Buzzanca, già dai suoi primi film, come ad esempio “Divorzio all’italiana” e “Sedotta e abbandonata”, è stato sempre quello del siciliano piuttosto ossessionato dal sesso e dalle strutture più tradizionali e chiuse della sua società. Questo ruolo ha sicuramente fatto la fortuna di Buzzanca, ma per anni ha decisamente, pensiamo, relegato il bravo attore che era (e che è rimasto) ad un ruolo decisamente  fisso e ripetitivo, finanche castrato, in un certo senso, dai limiti regionali siciliani. Le ambizioni di Buzzanca resistevano, per fortuna, e già dagli esordi Buzzanca sapeva di valere molto di più dei personaggi che  interpretava. I suoi film, in questo senso, non sono certamente da sottovalutare però, come invece ha fatto la critica dell&#8217;epoca, anche le pellicole più “consumate” di Buzzanca continuano a recare in sé, se non altro, proprio l&#8217;autorità dell&#8217;attore:<strong><em> “</em></strong>Un caso di coscienza”, “Il debito coniugale”, “La prima notte del dottor Danieli, industriale col complesso del&#8230; giocattolo”, “Il prete sposato”, “Il merlo maschio” “Homo Eroticus”, “Il vichingo venuto dal sud”, ”La Calandria”, “All&#8217;onorevole piacciono le donne”, “Il sindacalista”, “L&#8217;uccello migratore”, “La schiava, io c&#8217;è l&#8217;ho e tu no”, “Io e lui”, “Il magnate”, “L&#8217;arbitro”, “Bello come un arcangelo”, “Il domestico”, “Il gatto mammone”, “Il fidanzamento”. Da anni ormai questo tipo di cinema, così storicamente popolare, non ha più senso ed infatti non si è più realizzato. “Il Buzzanco che ama le donne a branco” proprio non può avere più vita e nemmeno più storia. Già alla fine della serie, sul finire degli anni settanta, si registrava un certo avvilimento del discorso, anche una evidente realtà diventata piuttosto banale. Il gruppo di sceneggiatori e di registi che ormai venivano in successione, educati e contaminati con concetti ed esperienze diverse, certamente non sarebbero stati in grado di condividerne più la carica determinante del personaggio Buzzanca e di mantenerne intatta la freschezza. E tutto questo  Lando Buzzanca lo aveva perfettamente capito: il merito poi di tale considerazione e di resistenza Buzzanca lo aveva ascritto a Vittorio De Sica, dopo i suoi consigli paterni di dedicarsi ormai principalmente al teatro. E tutto questo nelle belle memorie di Massimiliano Buzzanca viene tutto fuori.</p>
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		<title>MARCO BELLOCCHIO: I PUGNI ERANO IN TASCA  (E PRONTI AD ESPLODERE)  E LA CINA ERA                                                                         VICINA</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Sep 2025 14:49:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Berardi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il regista Marco Bellocchio è stato a Fondi dove ha aperto la XXIV edizione del FondiFilmFestival il 18 settembre scorso. Bellocchio è un autore che ho sempre amato. Il suo primo film, girato nel 1965 lo ricordo ancora come un capolavoro assoluto. Il film era bellissimo e decisamente resta ancora bellissimo. E drammaturgicamente perfetto, tanto che in tempi recenti ne è stato tratto anche un copione teatrale ricco di lirismo ed intatto nella sua fedeltà di rivolta.  Poi “I pugni in tasca” non era solo  bello, era, ed è, anche formidabilmente importante, quasi un testamento. Il film portava con sé un aria ed una sensualità assoluta di rivolta, ed i tempi, il 1965, nella società italiana non erano ancora così preparati, incazzati, così decisi e svelati.  Ne “I pugni in tasca” avvertiamo ancora oggi l’idea del capolavoro, proprio “nella misura in cui” il filmaveva nella sua grammatica una chiara e netta valenza di preveggenza. Diciamo anche: con la filmografia di Marco Bellocchio, e questo sicuramente con i primi quattro titoli della sua filmografia, “I pugni in tasca”, 1965, “La Cina è vicina”, 1967, “Nel nome del padre”, 1970, “Sbatti il mostro in prima pagina”, 1972, si riesce a comporre quello [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/09/Marco-Bellocchio-Giovanni__-Berardi.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignleft size-medium wp-image-5046" src="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/09/Marco-Bellocchio-Giovanni__-Berardi-300x190.jpg" alt="Marco Bellocchio Giovanni__ Berardi" width="300" height="190" /></a>Il regista Marco Bellocchio è stato a Fondi dove ha aperto la XXIV edizione del FondiFilmFestival il 18 settembre scorso. Bellocchio è un autore che ho sempre amato. Il suo primo film, girato nel 1965 lo ricordo ancora come un capolavoro assoluto. Il film era bellissimo e decisamente resta ancora bellissimo. E drammaturgicamente perfetto, tanto che in tempi recenti ne è stato tratto anche un copione teatrale ricco di lirismo ed intatto nella sua fedeltà di rivolta.  Poi “I pugni in tasca” non era solo  bello, era, ed è, anche formidabilmente importante, quasi un testamento. Il film portava con sé un aria ed una sensualità assoluta di rivolta, ed i tempi, il 1965, nella società italiana non erano ancora così preparati, incazzati, così decisi e svelati.  Ne “I pugni in tasca” avvertiamo ancora oggi l’idea del capolavoro, proprio “nella misura in cui” il filmaveva nella sua grammatica una chiara e netta valenza di preveggenza. Diciamo anche: con la filmografia di Marco Bellocchio, e questo sicuramente con i primi quattro titoli della sua filmografia, “I pugni in tasca”, 1965, “La Cina è vicina”, 1967, “Nel nome del padre”, 1970, “Sbatti il mostro in prima pagina”, 1972, si riesce a comporre quello che è il clima culturale, politico, religioso, sociale di un’ epoca, esattamente dal boom economico dei primi anni sessanta e fino alle primissime avvisaglie dei mutamenti dei quadri politici, nei primissimi anni settanta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma andiamo dunque per ordine: innanzitutto quale la necessità, all’epoca intendiamo, di girare un film come “I pugni in tasca”? Dice Marco Bellocchio: “la mia necessità dell’epoca era sicuramente quella di voler fare al più presto un film. Capire anche se quella era davvero la mia strada,  e vedere anche se ne ero effettivamente capace.  Ed ho girato  “I pugni in tasca”. <a href="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/09/locandina-I-pugni-in-tasca.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignright size-full wp-image-5047" src="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/09/locandina-I-pugni-in-tasca.jpg" alt="locandina I pugni in tasca" width="719" height="1024" /></a>Come nasce Marco Bellocchio regista, come ricordare il momento ora che sono passati quarant’anni e quale il piacere di Bellocchio giovane verso i generi del cinema? Dice Marco Bellocchio: “al tempo amavo moltissimo il grande cinema tradizionale, drammatico, romanzesco. Mi piacevano molto Visconti, Renoir,  il cinema provinciale di  Antonioni<strong>  </strong>e di Fellini. E dalla Francia poi ammiravo i primi grandi film della Nouvelle Vogue. In Italia non vi era un movimento simile, ed io cominciavo già a percepire quello che stava diventando lo stato del cinema italiano nel periodo, film stanchi. Persino dagli autori più stimati.  Comunque il primo grande desiderio verso il cinema riguardava la possibilità di poter fare l’attore.  Marlon Brando, James Dean<strong>  </strong>erano i  modelli della mia generazione. Facevo in quegli anni del teatro, poi un difetto di laringe non mi ha permesso di andare avanti. Scelgo di venire a Roma a fare il Centro Sperimentale di Cinematografia e a Roma preferisco i corsi di regia accantonando così l’idea di diventare un attore del cinema …”</p>
<p style="text-align: justify;">“I pugni in tasca” era un film esclusivo, autonomo, solitario, veniva, in definitiva, da un autore proveniente  dalla provincia più tranquilla, da un autore assolutamente esterno, in fondo, a quello che era il cinema italiano più ufficiale del periodo, neorealismo, commedia all’italiana e film di genere,  tra le sue  scene si avvertiva spudoratamente  (e qui si grida al fenomeno)  quelli che erano i precisi contenuti di rifiuto, anche</p>
<p style="text-align: justify;">di una semplice tradizione culturale, di un modo di vedere e percepire la società più immediata. “I pugni intasca”, tra le sue liriche, e già nel titolo, con quei pugni ancora costretti nelle tasche ma pronti ad esplodere,   già alludeva, in qualche modo, alla rivolta, proprio quella che si sarebbe espressa negli anni immediatamente successivi, nel 1967 ad esempio  (anno in cui Bellocchio firma il suo secondo titolo, il più politicizzato “La Cina è vicina”)  con le primissime avvisaglie in Francia e nel 1968 con i primi movimenti in Italia e Germania ovest. Dice Marco Bellocchio: “sicuramente le esperienze personali di quegli anni, come spesso succede, si sono trovate a coincidere con le esperienze più universali, e diventare poi interpreti di un disagio più ampio. Nel periodo vedevo ne “I pugni in tasca” solo un esperienza, in verità, un po’ troppo  autobiografica, veramente poco attenta alla problematica circostante.  In questo senso sottovalutavo certamente il film. Cioè non mi rendevo conto davvero della carica che poi il film, nei fatti, ha dimostrato di avere”.. Una carica che poi ha offerto il destro al cinema italiano favorendo la produzione di altri film nel periodo, non vi è dubbio ad esempio che i debutti nel cinema di Salvatore Samperi con<strong> “</strong>Grazie zia” e quello di Roberto Faenza con  “Escalation”<strong><em>  </em></strong>si devono alla forza trainante di un film come “I Pugni in tasca”. Ma noi  oggi restiamo quelli assolutamente in controtendenza perché pensiamo, ad esempio,  pur riconoscendo naturalmente a  I pugni in tasca il valore assoluto del capolavoro, a titoli come “Sbatti il mostro in prima pagina” uno dei migliori film di Marco Bellocchio, proprio insieme a “Marcia trionfale”, 1976, e a “Diavolo in  corpo”, 1986.  Forse perché è in questi tre titoli che troviamo davvero svelato e netto,  quello che veramente chiediamo ad un buon film, semplicemente lo spettacolo più netto e più preciso, diretto e senza preamboli,  preamboli i quali,  spesso,  possono avere il valore dell’artificio. “Sbatti il mostro in prima pagina” è un titolo che lo stesso Bellocchio, come buona parte della critica più ufficiale, non ritiene tra le cose più giuste che ha fatto. In realtà, “Sbatti il mostro in prima pagina”, ha descritto una situazione sociale, il discredito della  sinistra extraparlamentare, e lo ha fatto in maniera assolutamente precisa,  chiarendone in fondo e a largo conflitto gli aspetti più oscuri, anche perché ambientato nel tessuto realistico delle giornate immediatamente prima le elezioni politiche dell’11 maggio, la cronaca, quella più immediata, invero era l’effettiva protagonista.    “Marcia trionfale”<strong><em>  </em></strong>poi lo abbiamo amato soprattutto per un nostro vezzo senz’altro audace, ma ispirato, la vita in caserma di Bellocchio all’epoca la trovavamo  “spudoratamente” stupenda perché, e lo giuriamo,</p>
<p style="text-align: justify;">c’è sembrato più ispirato,  nella simpatia naturalmente da pellicole quali “Patrocloo e il soldato Camillone, grande grosso e frescone”, 1973, Mariano Laurenti e da “Il colonnello Buttiglione diventa generale”, 1974, Mino Guerrini<strong>  </strong>che non, piuttosto, come la statura dell’autore faceva pensare, da<strong><em> “</em></strong>La collina del disonore”<strong>,  </strong>1961, di Sidney Lumet, o da  “E Yhonny prese il fucile”, 1971, di  Dalton Trumbo. “Marcia trionfale”<strong><em>  </em></strong>si portò comunque dietro, per molto tempo, una accusa,  quella che tra il film e la realtà nelle caserme non vi era nessuna aderenza. E Marco Bellocchio sull’accusa si è sempre difeso sostenendo che il suo film era una storia, e la caserma solo una istituzione come tante, come poteva essere una scuola o un manicomio.   D’altra parte il film non era assolutamente un film militante, come invece poco prima lo era stato appunto  “Matti da slegare”<strong><em>, </em></strong>e forse da questo dato nasceva l’equivoco, in<strong><em> “</em></strong>Marcia trionfale” c’erano tutti in fila gli ingredienti dell’industria del cinema, un produttore, un circuito ufficiale di distribuzione, una scelta accurata dei manifesti pubblicitari, uno slogan preciso per cui il film andava visto e, in ultima analisi, attori alla moda,  Franco Nero, Michele Placido, Miou Miou, Patrick Dewaere. E “Diavolo in corpo”?  Non neghiamo che con  Diavolo in corpo<strong><em>  </em></strong>ha funzionato, preciso come un orologio, il forte richiamo pubblicitario creato intorno alla scena della fellatio, che la  Maruska Detmers<strong>  </strong>pratica con estrema intensità e buon realismo al bravo  Federico Pitzalis. Questo è stato, senz’altro, il viatico perfetto al successo popolare del film. Nel periodo si diceva che per girare questa scena tu<a href="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/09/locandina-sbatti-il-mostro-in__-prima-pagina.png" rel="prettyPhoto"><img class="alignleft size-full wp-image-5048" src="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/09/locandina-sbatti-il-mostro-in__-prima-pagina.png" alt="locandina sbatti il mostro in__ prima pagina" width="269" height="390" /></a>tta la troupe fu costretta ad abbandonare il proscenio onde facilitare ai due attori la massima comprensione tra loro e la massima concentrazione.  Bellocchio pensava, in qualche maniera, alla possibilità di far nascere tra la  Detmers ed il  Pitzalis, una possibile verità di confidenze.  Dice Marco Bellocchio: “mi ero posto davvero, durante la lavorazione di “Diavolo in corpo”,  di capire nel profondo la situazione più idonea per rappresentare le scene amorose.  Le volevo semplicemente, solo più vere e poetiche”. E con “Diavolo in corpo”<strong><em>  </em></strong>inizia un momento davvero diverso in cui Bellocchio sperimenta un percorso di cinema utilizzando la consulenza nella sceneggiatura e sul set di un medico psichiatra come</p>
<p style="text-align: justify;">il dottor Massimo Fagioli. Bellocchio chiamerà questo tentativo “un ipotesi di cinema finalmente completa”.  “La visione del sabba”, 1987, “La condanna”, 1991 e “Il sogno della farfalla”, 1994 sono i momenti decisivi di tale esperienza che durerà con i dinieghi e i risentimenti più netti, tutto sommato, della critica più ufficiale  e, finanche, dalle produzioni degli stessi film, non sempre in linea con le idee di Marco Bellocchio e di Massimo Fagioli.</p>
<p style="text-align: justify;">“Diavolo in corpo” è, senza meno, il film più spettacolare girato da Bellocchio sui temi della follia e sui temi della lotta armata, “Buongiorno notte”, 2003, ad esempio è un culmine sul genere. In parallelo, e a ben guardare, “Diavolo in corpo” poi è anche un film sulla normalità del conformismo, anzi sulla mediocrità assoluta del conformismo, che Bellocchio esprime dentro una condizione di riferimento: la borghesia.  Il tema della follia, e della normale follia, è sempre stato presente quasi in tutte le opere di Bellocchio, anzi a ben guardare è la tematica più urgente e sentita, insieme a quella sulla lotta armata. Già con “ I pugni in tasca” <strong><em> </em></strong>Bellocchio aveva anticipato quello che era in qualche maniera, il tema della follia raccolto in un contesto borghese, poi con “Matti da slegare”, girato nel 1975 in una condizione di co-regia insieme a  Silvano Agosti, Stefano Rulli, Sandro Petraglia, “Matti da slegare” fu realizzato come un film militante e la materia trattata subiva quasi un processo  (naturalmente positivo da tutti i punti di vista)  di ideologizzazione e di istituzionalizzazione. Poi con “Salto nel vuoto”, 1980, “Gli occhi, la bocca”, 1982, il coinvolgimento sul tema della follia diventa netto. Persino in “Marcia trionfale” in qualche maniera, un soggetto solo in  apparenza più lontano dal tema, lo spettro della follia adombrava comunque in caserma tra le sembianze del capitano Asciutto ed in “Vincere” poi, dove è la “follia” in fondo ad accompagnare i comportamenti del dittatore Benito Mussolini. E quando  Bellocchio ricorre a Luigi Pirandello con le versioni dell’ “Enrico IV”, 1984 e de “La balia”, 1999, e a Heinrich Von Kleist<strong>  </strong>per “Il principe di Homburg”, 1997, non smette di trattare il segmento della follia come un margine essenziale per la più diversa umanità. Ed ora?  Dice Marco Bellocchio: “oggi mi sento per niente vincolato a discorsi ideologici contenutistici, oggi mi interessa  soprattutto la Storia, sono affascinato dalle storie della storia, anche dalla sua cronaca più immediata”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed in questo contesto possiamo certamente catalogare le sue ultime opere, che vanno da  “Bella addormentata”, 2012, sul caso Eluana Englaro e sul dibattito del fine vita e dell’accanimento terapeutico, ”Fai bei sogni”, 2016, dal romanzo autobiografico in cui il giornalista Massimo Gramellini racconta il suicidio della mamma, “Il traditore”, 2019, il ritratto del mafioso Tommaso Buscetta, membro di Cosa Nostra e dopo collaboratore di giustizia, “Esterno notte”, la sua prima serie televisiva, sul rapimento e il delitto di Aldo Moro, 2022, e “Rapito”, 2023, sul caso del bambino ebreo bolognese sottratto con la forza alla sua famiglia dal Vaticano e quindi costretto ad una educazione cattolica.</p>
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		<title>QUEL GIORNO A FONDI CON PIETRO INGRAO, CARLO LIZZANI E ETTORE SCOLA: UNA GRANDE PAGINA DI STORIA E DIGNITA’</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Aug 2025 13:33:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Berardi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La sera dell’11 agosto 2025 alla Scalinata della pace di Lenola la fila era enorme. Si ricordava un suo illustre concittadino, l’onorevole Pietro Ingrao, ma non per i suoi trascorsi politici, tutti benché importantissimi, ma per un suo amore autentico, quello per il cinema. Una passione condivisa negli anni della sua gioventù con gli amici di Fondi, il regista Giuseppe De Santis, il poeta Libero De Libero e il pittore Domenico Purificato. Diceva Pietro Ingrao, già in quegli anni giovanili, di volere la luna e per questo intitolò il suo libro autobiografico, appunto, “Volevo la luna”. Ma Pietro Ingrao invece era assolutamente una persona dall’indole pacifica e con i piedi bene piantati in terra. Pietro Ingrao da Lenola dunque, ha condiviso sino alla fine la sua forte passione per il cinema con l’altra sua grande passione, la politica. La politica che, in definitiva, lo ha portato a calcare i prosceni più autorevoli delle Istituzioni sino ad eleggerlo Presidente della Camera dei deputati nel periodo forse più oscuro della storia italiana, quella legata agli anni di piombo, all’escalation del terrorismo ed agli affari tra mafia e politica. E il ricordo del cronista oggi corre a Fondi, il giorno in cui Pietro [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/08/Scola.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignleft size-medium wp-image-4802" src="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/08/Scola-300x225.jpg" alt="Scola" width="300" height="225" /></a>La sera dell’11 agosto 2025 alla Scalinata della pace di Lenola la fila era enorme. Si ricordava un suo illustre concittadino, l’onorevole Pietro Ingrao, ma non per i suoi trascorsi politici, tutti benché importantissimi, ma per un suo amore autentico, quello per il cinema. Una passione condivisa negli anni della sua gioventù con gli amici di Fondi, il regista Giuseppe De Santis, il poeta Libero De Libero e il pittore Domenico Purificato. Diceva Pietro Ingrao, già in quegli anni giovanili, di volere la luna e per questo intitolò il suo libro autobiografico, appunto, “Volevo la luna”. Ma Pietro Ingrao invece era assolutamente una persona dall’indole pacifica e con i piedi bene piantati in terra. Pietro Ingrao da Lenola dunque, ha condiviso sino alla fine la sua forte passione per il cinema con l’altra sua grande passione, la politica. La politica che, in definitiva, lo ha portato a calcare i prosceni più autorevoli delle Istituzioni sino ad eleggerlo Presidente della Camera dei deputati nel periodo forse più oscuro della storia italiana, quella legata agli anni di piombo, all’escalation del terrorismo ed agli affari tra mafia e politica. E il ricordo del cronista oggi corre a Fondi, il giorno in cui Pietro Ingrao, al cospetto dei registi Carlo Lizzani ed Ettore Scola, si era soffermato sulla parabola più autentica della sua avventurosa vita, quella legata al cinema, assolutamente il suo primo amore. Fu una giornata di grande civiltà, una lezione di grandi speranze, un seminario forse mai più ripetuto in terra pontina.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel giorno a Fondi si stavano celebrando i dieci anni di attività dell’associazione culturale “Giuseppe De Santis” e il suo tema era davvero preponderante: “Tra due secoli: da Chaplin ad Obama. Conversazione con Pietro Ingrao”. Ed infatti a Fondi abbiamo assistito proprio ad una autentica lezione di storia e di dignità. Con le parole semplici di un grande uomo politico, Pietro Ingrao, e nel segno del cinema e nella genialità dell’arte di Charlie Chaplin, che sempre presenziava immenso, e con i ricordi e con l’incalzare di stature autentiche del cinema italiano, Carlo Lizzani ed Ettore Scola. Il pubblico, com’era fin troppo prevedibile ha risposto in maniera degna e numeroso. Una autentica osanna popolare. Nel segno di Pietro Ingrao non si è <a href="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/08/Lizzani.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignright size-medium wp-image-4803" src="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/08/Lizzani-300x225.jpg" alt="Lizzani" width="300" height="225" /></a>avvertita, non poteva, la retorica delle istituzioni, la banalità della messa in scena politica. “Tutte le volte che penso a Peppe De Santis” diceva Pietro Ingrao “penso al cinema diventato interprete delle lotte contadine, delle lotte del popolo sfruttato, delle lotte degli operai, penso a questi sentimenti, che apparentemente sembravano non appartenere per niente alla cultura cinematografica ed invece, con la via del cinema, si sono tramutati in un movimento culturale diventato quello del neorealismo”. Ricordava Carlo Lizzani come Pietro Ingrao sia rimasto sempre “quello che ama Chaplin” e al diretto interessato: “ti sei espresso solo con un altro linguaggio, caro Pietro, per questo sei stato sempre molto vicino alla gente”. Struggente ancora, Pietro Ingrao, quando domandava a Lizzani e a Scola, lui che invece era lì per rispondere ai loro quesiti, ai loro dubbi, anche ai dubbi contemporanei del pubblico che lo ascoltava: “… come aveva trovato a Fondi, che restava un paese di forte tradizione contadina e d forte tradizione mercantile un radicamento culturale così forte, una aggregazione culturale così ampia”. Ingrao si guardava in giro, un attimo di silenzio, nel suo tempo, sul palco, ha dedicato anche ampi spazi al silenzio, proprio in cerca delle parole del cuore: “si crea a Fondi questo nucleo di intellettuali, radicati fortemente nella storia fondana, per poi diventare manifesto culturale per il sud italiano, ma anche per l’intera sinistra italiana”. E a Lizzani e Scola non restava altro che enunciare i nomi di tali forti personalità culturali fondane: Domenico Purificato, Libero De Libero, Dante Di Serra, Giovanni Addessi. Leopoldo Savona ed anche lo stesso Pietro Ingrao, che dalla vicinissima Lenola <a href="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/08/locandina-volevo-la-luna-p__-ingrao.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignleft size-medium wp-image-4804" src="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/08/locandina-volevo-la-luna-p__-ingrao-195x300.jpg" alt="locandina volevo la luna p__ ingrao" width="195" height="300" /></a>veniva spesso a Fondi per unirsi alla comitiva di Giuseppe. Forse in questa scia di nomi elencati, Lizzani e Scola, testimoniavano tutto il loro imbarazzo, quasi la loro impotenza, nei confronti di questa umiltà. Si leggeva tutta negli occhi di Pietro Ingrao questa gratitudine di appartenere a questa gloriosa “associazione culturale dedicata all’amico Peppe”, di esserne addirittura parte integrante. Ricorda Pietro Ingrao: “Peppe, con il suo cinema, si è proprio esposto. Fare quello che ha fatto Peppe, nell’Italia degli anni cinquanta non era facile, significava mettersi davvero nei guai. Era il periodo in cui anche gli intellettuali che non si erano mai nascosti, di fronte ai problemi delle masse contadine ed operaie, tacevano. Peppe no, lui non stava mai fermo…”  Lizzani ricorda come con il film “Riso amaro” De Santis, ma anche lo stesso Lizzani e Gianni Puccini, ebbero la nomination all’oscar per il soggetto originale del film. Peppe era molto felice di partecipare da protagonista alla mitica notte degli oscar, ma il consolato americano, visto i suoi trascorsi nel partito comunista italiano, e nonostante l’invito ufficiale dell’accademia americana delle scienze e delle arti, non gli rilasciò il visto d‘entrata per gli Stati Uniti. Altri episodi, altri aneddoti, sono andati avanti nel ricordo di De Santis, e di Pietro Ingrao è venuta fuori tutta la sua umanità politica, a novantaquattro anni è sempre animato dallo sdegno contro le ingiustizie e le prepotenze, sempre dentro le lotte del popolo oppresso, ed infatti, Ettore Scola a questo proposito ha sentito la necessità di inserirsi ed ha ricordato come il politico Ingrao era quello sempre più vicino ai drammi della povera gente, era il politico che, davvero, chiamavi semplicemente Pietro. Ed infatti Pietro Ingrao ha chiuso il suo incontro di Fondi con un invito, nobilissimo, rivolto proprio in primo luogo all’associazione: “…parlate con la vostra associazione che porta il nome glorioso di Peppe delle cose di Fondi e della vostra regione, ma pensate anche in un senso più allargato, ad esempio pensate a quanto sud d’Italia c’è ancora in quello sconfinato continente che è l’Africa, dove ci sono ancora condizioni di lavoro e di oppressione davvero tragiche e disumane. Propongo ancora, e certo, una riflessione sul sud d’Italia, ma allargata, allargata anche al sud del mondo …”.  Davvero opportuna era sembrata questa richiesta, in quel momento, cioè in quell’Aprile del 2008, in cui il dibattito sull’Africa in pace sembrava completamente sparito dai temi di discussione mondiale. Oggi invece, in questa estate 2025, sono prepotentemente tornati alla storia in una cronaca, in verità, vecchia di decenni e decenni: tutti sappiamo e vediamo, purtroppo, quello che è successo e succede quotidianamente all’interno dei confini del Medio Oriente.</p>
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		<title>DANIELE LUCHETTI: IL REGISTA AMICO DELLA TERRA PONTINA E IL RACCONTO DELL’ITALIA  ATTRAVERSO IL CINEMA</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jun 2025 06:53:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Berardi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con il cinema di Daniele Luchetti l’Italia ha ritrovato la sua più accesa verità espressiva. Questo perché sin dal suo esordio, nel lontano 1997 con “Domani accadrà”, Daniele Luchetti non ha mai smesso di raccontare, cinematograficamente, l’Italia. E lo ha fatto anche storicamente, indagando l’Italia nel periodo della Resistenza attraverso il film  “I piccoli maestri”, 1998, che Luchetti ha tratto dal libro omonimo di Luigi Meneghello e politicamente poi con Il portaborse, un film che rimane ancora attualissimo nonostante sia del 1991. E questo rimane, nei termini della sua filmografia, un merito assoluto, anche perché i suoi racconti cinematografici sono tra i pochi prodotti filmici italiani ad avere riscontri positivi, proprio in termini di visibilità, anche all’estero. La prima occasione di incontro con Daniele Luchetti il cronista l’aveva avuta quando il regista, qualche anno fa, aveva portato la sua troupe a Latina per girare il film  “Mio fratello è figlio unico”, tratto dal romanzo “Il Fasciocomunista. Vita scriteriata di Accio Benassi” di Antonio Pennacchi. Luchetti in quella occasione parlava di avere trovato nelle pagine di Antonio Pennacchi una sorta di autenticità e di forte rispecchio con la sua realtà più personale. Diceva Daniele Luchetti: “la visibilità, quasi toccata con mano, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/06/Luchetti-Berardi.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignleft size-medium wp-image-4420" src="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/06/Luchetti-Berardi-300x225.jpg" alt="Luchetti Berardi" width="300" height="225" /></a>Con il cinema di Daniele Luchetti l’Italia ha ritrovato la sua più accesa verità espressiva. Questo perché sin dal suo esordio, nel lontano 1997 con “Domani accadrà”, Daniele Luchetti non ha mai smesso di raccontare, cinematograficamente, l’Italia. E lo ha fatto anche storicamente, indagando l’Italia nel periodo della Resistenza attraverso il film  “I piccoli maestri”, 1998, che Luchetti ha tratto dal libro omonimo di Luigi Meneghello e politicamente poi con Il portaborse, un film che rimane ancora attualissimo nonostante sia del 1991. E questo rimane, nei termini della sua filmografia, un merito assoluto, anche perché i suoi racconti cinematografici sono tra i pochi prodotti filmici italiani ad avere riscontri positivi, proprio in termini di visibilità, anche all’estero. La prima occasione di incontro con Daniele Luchetti il cronista l’aveva avuta quando il regista, qualche anno fa, aveva portato la sua troupe a Latina per girare il film  “Mio fratello è figlio unico”, tratto dal romanzo “Il Fasciocomunista. Vita scriteriata di Accio Benassi” di Antonio Pennacchi. Luchetti in quella occasione parlava di avere trovato nelle pagine di Antonio Pennacchi una sorta di autenticità e di forte rispecchio con la sua realtà più personale. Diceva Daniele Luchetti: “la visibilità, quasi toccata con mano, di quel romanzo mi aveva proprio appassionato, anche in termini di ambiente, un interesse mai raggiunto prima verso le città di fondazione fasciste<em>”. </em>La sua esperienza umana usciva, come ci aveva detto, “completamente autenticata da quelle pagine”. Una occasione giusta, aveva detto Daniele Luchetti, per raccontare al cinema una sua personale esperienza politica in qualche modo esorcizzata attraverso il filtro  semplificatore dello scrittore Antonio Pennacchi. Poi sappiamo perfettamente delle polemiche scoppiate tra ilregista e lo scrittore, con il regista che continuava a rivendicare la sua autonomia dalla pagina scritta e lo scrittore che non riusciva a capire come la sua storia stava diventando, in fin dei conti, quella di un altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Dice Daniele Luchetti: “la visibilità, quasi toccata con mano, di quel romanzo mi aveva proprio appassionato, anche in termini di ambiente, un interesse mai raggiunto prima verso le città di fondazione fasciste”. Il risultato di questa operazione è stato un gran bel film, pieno di ritmo e pieno di brio, ed è stato anche un grande successo al botteghino, forse uno dei più grandi incassi per la carriera di Daniele Luchetti. Solo  “Il portaborse” e “La scuola” forse lo hanno eguagliato. E “La scuola”<strong>  </strong>oggi è anche la pellicola con cui Daniele Luchetti sarà presente alla prossima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro 14-21 giugno 2025), proprio per omaggiarne i suoi trent’anni. “La scuola” è un film che Daniele Luchetti ha  portato sullo schermo con apprezzabile attenzione ai suoi aspetti sociali e psicologici, dove il dolente e dolceamaro ritratto di una condizione, sicuramente umana e professionale, è reso nella più profonda  aderenza dai suoi interpreti, Silvio Orlando, Fabrizio Bentivoglio, Anna Galiena.<a href="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/06/locandina-Mio-fratello-è-figlio-unico.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignright size-full wp-image-4421" src="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/06/locandina-Mio-fratello-è-figlio-unico.jpg" alt="locandina Mio fratello è figlio unico" width="499" height="712" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Daniele Luchetti, cresciuto alla scuola laboratorio Gaumont di Renzo Rossellini, un tempo sicuramente l’alternativa possibile e preziosa al Centro Sperimentale di Cinematografia, dove sono cresciuti talenti puntuali del cinema italiano recente, tra gli altri Domenico Procacci, Giuseppe Piccioni, Carlo Carlei, Antonello Grimaldi, Valerio Jalongo, Sandro De Santis, Enzo Civitareale, Michele Scuro. Dalla esperienza Gaumont nascerà nel 1983 il film collettivo  <strong>“</strong>Juke-box”, opera composta da una serie di cinque  cortometraggi: La ricerca, diretto da Enzo Civitareale, Antonello Grimaldi e Michele Scuro; “Il volo”, diretto da Valerio Jalongo, “La cifra”, diretto da Sandro De Santis, Nei dintorni di mezzanotte<strong>, </strong>diretto appunto da  Daniele Luchetti, “Attraverso la luce”, diretto Carlo Carlei. In seguito sarà fondamentale il genio cinematografico di Nanni Moretti produttore che intuirà in Daniele Luchetti l’autore che potrà diventare e con la sua Sacher Film e con il socio Angelo Barbagallo ne agevola il debutto in solitaria con “Domani  accadrà”. La carriera di Daniele Luchetti nel cinema è ormai lanciata. Sempre con la produzione Sacher di Moretti e di Barbagallo Daniele Luchetti gira nel 1991 il film “Il portaborse”, una storia italiana che sapeva di truffe, di corruzioni, di inganni e di soprusi indegni, sceneggiato dai massimi  Petraglia e Rulli. Il film in Italia fu decisamente un evento, non si esagera ad affermare che riuscì a sottolineare un epoca.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il portaborse” andò al Festival di Cannes, le critiche in Francia furono entusiaste ed in Italia si instaurò  presto un dilemma: il personaggio del film, il ministro infame Cesare Botero, impersonato tra l’altro proprio da Nanni Moretti, a quale politico poteva assomigliare di più?  Il fatto è che si incazzarono tantissimo i socialisti, era l’alba in Italia di un momento storico politico sconvolgente, di profondo disagio, che si sarebbe chiamato Mani Pulite.  Oggi, quando non è immediatamente impegnato tra copioni e set, Daniele Luchetti offre la sua importante esperienza ai giovani studenti del Cento sperimentale, tra le sue ambizioni c’è sopratutto la speranza di contribuire a forgiare e ad innervare talenti giovani capaci di restituire al cinema italiano le glorie nobili del passato. Non per niente la sua esperienza di cineasta deriva in gran parte dalla appassionata lettura giovanile del movimento cinematografico del neorealismo. Dice infatti Daniele Luchetti: “una traccia concreta del mio modo di fare cinema ha radici profonde proprio nel cosiddetto pedinamento della realtà”, che è fattore tipico del cinema neorealista. La genèsi del suo film, “La nostra vita” (tra l’altro unico titolo italiano in concorso al Festival di Cannes nel 2010, interpretato da Elio Germano e Isabella  Ragonese, che ha vistoa Cannes il palmares per Germano come miglior attore ed in Italia il David di Donatello per la Ragonese come migliore attrice) ad esempio, ha, in assoluto più degli altri film precedenti, un percorso di questo tipo, una storia scritta proprio scendendo sul campo. Spiegava Daniele Luchetti: “qualche anno fa mio cugino, che lavorava ad Ostia come sorvegliante di un complesso di case popolari in attesa di essere consegnate ai legittimi assegnatari, mi chiama e mi dice di raggiungerlo perché nell’atto della consegna , che era in programma da lì a qualche giorno, si verificano sempre situazioni che possono corredare, proprio concretamente e sul campo, le trame di un film realistico. Ancora non avevo, in realtà, nulla in mente che andava nella direzione del film. Buio completo. <strong> </strong>La nostra vita<strong>  </strong>proprio non esisteva ancora nemmeno come soggetto di indicazione. Ad Ostia resto qualche giorno tra  quella folla di persone, che in un tempo più politicizzato venivano definite proletarie, ma oggi questa parola non ha più tantissimo senso, almeno ancora. Tra loro, intanto, assimilo, quelle che sono le ansie, le paure, anche gli attimi che sono di pura felicità e di serenità, le delusioni persino, i racconti delle loro vicissitudini per arrivare ad un momento che, in molti di loro collimava con il raggiungimento di un obiettivo. L’esperienza, sul campo, è stata proprio forte, lì ho visto cose che poi hanno generato il desiderio di fare “La nostra vita”. Mentre la storia cominciava a prendere forma nei miei pensieri, passo anche diverse settimane tra i cantieri allestiti, in mezzo agli operai, addirittura l’attore coinvolto, Elio Germano, comincia a lavorare tra di loro, così come poi avrebbe dovuto fare nel film, imparando sul campo la logistica, i movimenti, il carattere rude del mestiere<em>”</em>. Elio Germano, attore, appunto che proprio La nostra vita ha confermato attore dal valore internazionale. Dice Daniele Luchetti<strong>: “</strong>Elio non è solo un attore, è un artista. Poi mi piace molto il modo in cui ama definirsi: un operaio, uno che vuole fare davvero bene il suo lavoro, proprio al pari di un bravo operaio edile che vuole alzare innanzitutto diritto il suo muro. Elio è un attore che segue il lavoro anche durante i sopralluoghi, una cosa che non è molto sentita dagli attori italiani. Lui ama accodarsi e comunicare la sua ricca impressione anche <a href="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/06/locandina-La-Scuola.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignleft size-full wp-image-4422" src="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/06/locandina-La-Scuola.jpg" alt="locandina La Scuola" width="420" height="595" /></a>verso i luoghi in cui dopo potemmo girare. E lo fa sempre con assoluta discrezione e delicatezza, dopo avere ampiamente e saggiamente ragionato. E’ un attore che dà un grosso apporto al regista”. Ora Daniele Luchetti lavora alla sceneggiatura del suo nuovo film, un film di cui nulla per ora è dato a sapersi, se non che sarà per Luchetti , il ritorno nell’Italia degli immediati anni settanta dopo  “Mio fratello è figlio unico”.  Dice Daniele Luchetti che non saranno però motivi nostalgici a riportarlo in quelle atmosfere, visto che, tutto sommato, non prova per quei tempi particolari malinconie.  Noi comunque che abbiamo in mente, ben fotografata, tutta la sua filmografia  (“Juke-box”, “Domani accadrà”, “La settimana della sfinge”, “Il  portaborse”, “Arriva la bufera”, “La scuola”, “I piccoli maestri”, “Dillo con parole tue”, “Mio fratello è figlio  unico”, “La nostra vita”, “Anni felici”, “Chiamatemi Francesco”, “Io sono Tempesta”, “Momenti di trascurabile  felicità”, “Lacci”, “Confidenza”), pensiamo che anche il nuovo film sarà, in definitiva, il poetico inserimento di un altro tassello nel grande puzzle creato dal cinema di Daniele Luchetti.</p>
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		<title>LA STAGIONE MAGICA DEL CINEMA DI GENERE ITALIANO, QUELLO ALTRIMENTI DETTO DEL   B-MOVIE: NE PARLIAMO CON IL REGISTA SERGIO MARTINO E LO SCENEGGIATORE ERNESTO                                                                      GASTALDI</title>
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		<pubDate>Thu, 15 May 2025 17:03:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Berardi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ha ragione Marco Giusti quando dice che nel cinema di genere, e proprio in quello più scalcinato o genuino, c&#8217;è passata la vita migliore. Esattamente la nostra, quella della generazione che oggi è intorno, in eccesso o in difetto, ai sessanta – sessantacinque anni. Noi vogliamo partire da questa premessa per  circoscrivere sommessamente la stagione, oggi assorta anche a fenomeno, del cinema di genere in Italia, si insomma del cosiddetto b-movie. Anzi noi pensiamo che la vita, in qualche maniera, continua a passarci  nel b-movie italiano, in modo meno intimo senz&#8217;altro, perché le giovani e le giovanissime generazioni, una volta che l&#8217;hanno scoperto e conosciuto, hanno preso ad amarlo e a seguirlo nella condizione a loro possibile, l&#8217;uso dei dvd, dei canali telematici, del computer, del metodo streaming, così tanto da fare diventare quei titoli, oggi, dei cult-movie leggendari. Quello di cui però le giovani generazioni di spettatori  saranno senz&#8217;altro orfani é il rito collettivo della sala, assolutamente indispensabile e protagonista per la felicità cerebrale degli spettatori del tempo, una sala che é assolutamente da rimpiangere, dal costo di pochi  spiccioli, sempre e completamente avvolta dal fumo di sigaretta, con le pareti scrostate, con i tendoni di stoffa pesante, ingrigiti [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/05/S-Martino-G-Berardi.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4400" src="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/05/S-Martino-G-Berardi-150x150.jpg" alt="S Martino G Berardi" width="150" height="150" /></a>Ha ragione Marco Giusti quando dice che nel cinema di genere, e proprio in quello più scalcinato o genuino, c&#8217;è passata la vita migliore. Esattamente la nostra, quella della generazione che oggi è intorno, in eccesso o in difetto, ai sessanta – sessantacinque anni. Noi vogliamo partire da questa premessa per  circoscrivere sommessamente la stagione, oggi assorta anche a fenomeno, del cinema di genere in Italia, si insomma del cosiddetto b-movie. Anzi noi pensiamo che la vita, in qualche maniera, continua a passarci  nel b-movie italiano, in modo meno intimo senz&#8217;altro, perché le giovani e le giovanissime generazioni, una volta che l&#8217;hanno scoperto e conosciuto, hanno preso ad amarlo e a seguirlo nella condizione a loro possibile, l&#8217;uso dei dvd, dei canali telematici, del computer, del metodo streaming, così tanto da fare diventare quei titoli, oggi, dei cult-movie leggendari. Quello di cui però le giovani generazioni di spettatori  saranno senz&#8217;altro orfani é il rito collettivo della sala, assolutamente indispensabile e protagonista per la felicità cerebrale degli spettatori del tempo, una sala che é assolutamente da rimpiangere, dal costo di pochi  spiccioli, sempre e completamente avvolta dal fumo di sigaretta, con le pareti scrostate, con i tendoni di stoffa pesante, ingrigiti e puzzolenti, con le sedie in fila, tutte precise e di legno, assolutamente graffiate in  platea, e con le sedie imbottite di soffice gomma, ma regolarmente sventrate, in galleria. Si perché nei tempi  del trionfo del b-movie le sale erano divise in platea e galleria, ed esisteva anche una differenza nel costo del biglietto di entrata, leggermente più alto, ma di pochi spiccioli, quello in galleria: si presumeva forse più comoda la galleria, sicuramente per via delle sedie imbottite, ma come detto, all&#8217;uso sempre e volentieri sventrate. Ebbene, tutto questo, dalla fine degli anni cinquanta, e per tutto il decennio dei sessanta e settanta, significava l&#8217;industria vera del cinema italiano. Come rimanda il regista  Sergio Martino, uno dei maestri nobili del genere:  “i nostri film, anche quelli più dozzinali erano sempre realizzati con il cuore in mano, e lo dico con la coscienza più tranquilla di questo mondo. Hanno segnato, in <a href="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/05/locandina-di-W-la-foca.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignright size-full wp-image-4401" src="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/05/locandina-di-W-la-foca.jpg" alt="locandina di W la foca" width="416" height="584" /></a>quella stagione cinematografica italiana, un momento davvero storico: hanno determinato il periodo in cui erano i nostri film quelli che venivano esportati in tutto il mondo ed alimentavano i mercati”.  Intanto  Ernesto Gastaldi,  sceneggiatore tra i più importanti e prolifici, conferma ed ammette:  “il cinema di genere è stato il vero ed unico supporto del cinema italiano, è stata davvero la sua colonna vertebrale. Poi quando questo cinema è sciamato,  guarda un po&#8217;, è proprio crollata l&#8217;industria del cinema”<em>. </em>Continua Ernesto Gastaldi:  “alcuni anni fa, ad esempio, ed è un ricordo che porto spesso nei dibattiti su questi temi,  proprio per ricordarne il fenomeno, esattamente due giorni dopo la morte del regista  Antonio Margheriti, il bravissimo  Anthony M. Dawson, in un convegno sul cinema organizzato dalla rivista  Gulliver, presenti tra l&#8217;altro molti autori del cinema italiano, in questo momento mi sovviene Francesco Maselli tra i presenti, ebbene nessuno di questi si era speso per accennare, anche brevemente, al ricordo ancora così fresco, della scomparsa di Antonio Margheriti. Nessuno di loro ricordava che, se in quegli anni erano riusciti a fare dei film, notevoli senz&#8217;altro ed anche importanti, lo dovevano, in primo luogo e certamente, agli incassi che riscuotevano le opere “dozzinali” che firmavano registi come Margheriti e come Mario Bava, Lucio Fulci, Riccardo Freda,</p>
<p style="text-align: justify;">Sergio Corbucci, tutti talenti illuminati e creativi del cinema italiano ma assolutamente snobbati. E qui mi taccio perché penso di avere inquadrato il fenomeno”.  Continuiamo a tenere come esempio Ernesto Gastaldi, la sua filmografia nel settore è sterminata e lungimirante, talmente e assolutamente emblematica da racchiudere largamente il fenomeno b-movie, non c&#8217;è stato insomma campo letterario, adattato al cinema, situazione comica,  avventurosa,  fantastica,  fantascientifica,  storica,  poliziesca,  western  o dell&#8217;orrore  dove Ernesto Gastaldi, con la sua fantasia verace, con la sua storica cultura e con il suo umorismo, non si sia cimentato e confrontato: “L&#8217;amante del vampiro”,  “I mongoli”, “Marte Dio della guerra”, “Duello nella Sila”,  “La frusta e il corpo”, “La cripta e l&#8217;incubo”, “Che femmine e che dollari”, “Divorzio alla siciliana”, “Pesci d&#8217;oro e bikini d&#8217;argento”, “Perseo l&#8217;invincibile”, “Ursus nella terra di fuoco”, “Golia e il cavaliere mascherato”, “Buffalo Bill l&#8217;eroe del Far West”, “Le spie uccidono a Beirut”, “La decima vittima”, “Sette contro tutti”, “Furia</p>
<p style="text-align: justify;">a  Marrakeck”, “Duello nel mondo”, “La lama nel corpo”, “A 077 Sfida ai killers”,  “Delitto quasi perfetto”,  “Flashman”, “Arizona Colt”, “Troppo per vivere poco per morire”, “La battaglia di El Alamein”, “Il dolce corpo   di Deborah”, “Sono Sartana il vostro becchino”, “ Foto proibite di una signora per bene”, “La morte cammina  con i tacchi alti”, “Morte sospetta di una minorenne”, ”I corpi presentano tracce di violenza carnale”, “Lo  strano vizio della signora Wardh”, “Arizona si scatenò e li fece fuori tutti”, “La coda dello scorpione”, “Perché  quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?”, “Tutti i colori del buio”, “L&#8217;uomo senza memoria”, “Si  può  fare amigo”, “Anna quel particolare piacere”, “La città gioca d&#8217;azzardo”, “Il mio nome è Nessuno”, “Fango  bollente”, “La pupa del gangster”, “Il cinico l&#8217;infame il violento”. Titoli che a sentirli oggi, così in fila uno dietro l&#8217;altro, ti fan venire una irrefrenabile voglia di ridere e di piangere per la gioia,  perché con questi titoli le sale dei cinema erano davvero frequentate ed il cinema diventava o restava in primo luogo, semplicemente e senza mezzi termini, esattamente:  passatempo, abitudine, trasgressione, relax. In definitiva è assolutamente il cuore a rivalutare continuamente il b-movie. Ma sono molte le caratterizzazioni influenti del b-movie italiano e spesso anche dai perfetti limiti pruriginosi:le commedie interpretate da Lando  Buzzanca o da Carlo Giuffrè negli anni settanta e sciorinate attraverso le beltà emblematiche di Laura  Antonelli, Rossana Podestà o Barbara Bouchet, ed anche poi attraverso le varie dottoresse, insegnanti, infermiere, liceali o compagne di banco a cui prestavano le loro bellezze genuine Edwige Fenech, Gloria Guida, Anna Maria Rizzoli, Lilli Carati, Nadia Cassini, Jenny Tamburi, Dagmar Lassander, sempre circuite  dagli arrapati cronici <strong> </strong>Renzo Montagnani, Lino Banfi, Alvaro Vitali, Mario Carotenuto, Lucio Montanaro,</p>
<p style="text-align: justify;">non ultime le varianti  horror-splatter spesso firmate  Lucio Fulci e Joe D&#8217;Amato,  ed anche le bizzarrie comico-funanboliche della coppia Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, e loro proprio a cavallo degli anni sessanta-settanta e la larga parentesi del western all’italiana consolidata in Italia da Sergio Leone nel 1964 con il suo “Per un pugno di dollari”, che ha generato poi per la produzione italiana la realizzazione di un centinaio di film western a partire dall’immediato trionfo di Sergio Leone per poi scivolare dopo il  declino di questi, intorno agli anni 1966-1967 nella lunga saga dello spy-story all’ italiana nata dal grande cinema “bondiano” di 007. Giganti assoluti poi tutti i nostri autori ed interpreti che hanno dato vita a questi fenomeni. Da considerare poi che, prima dell’avvento del filone western e di quello dello spy-story, l’industria  del cinema italiano macinava spettatori e spettatori attraverso le mitiche gesta dei vari forzuti, quali Taur,  Brenno, Golia, Ercole, Sansone, Maciste ed Ursus chiamati ad interpretare situazioni tra le più avvincenti, spettacolari e imprevedibili.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/05/EGastaldi-G.Berardi.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignleft size-medium wp-image-4402" src="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/05/EGastaldi-G.Berardi-300x225.jpg" alt="E,Gastaldi-G.Berardi" width="300" height="225" /></a>Va da sé che, da più parti, nei nostri incontri abbiamo riscontrato veramente solenni nostalgie sulla fine del fenomeno b-movie, anche dolorose e sincere. Sergio Martino ad esempio ricevendoci sulla porta e nell&#8217;accompagnarci nel suo ufficio si lasciava andare alla nota di rammarico: “é triste constatare ormai,  giorno dopo giorno, il crollo dell&#8217;industria del cinema più popolare”, un rammarico comunque comune e  frequente tra i registi della generazione di Sergio Martino. Le nostre interviste, al loro cospetto, si aprivano  sempre e davvero con questo rammarico. E&#8217; capitato con Umberto Lenzi, Alberto De Martino, Tonino Valerii, Ruggero Deodato, Enzo G. Castellari. Erano insomma proprio così, scacciapensieri, le grandi e popolari  stagioni del cinema italiano, assolutamente di questa identità, e si erano consumate in fondo tra gli anni del cosiddetto boom economico, ed anche nel tempo pieno del periodo che era stato  chiamato della strategia della  tensione, tra la fine degli anni cinquanta insomma e per tutto il decennio degli anni sessanta e settanta, tra la morte del movimento del neorealismo cinematografico e la consacrazione ed il declino della  commedia all&#8217;italiana verace, e decisamente nel momento in cui il potere degli autori più  classici, quello di Roberto Rossellini, Michelangelo Antonioni, Federico Fellini, Luchino Visconti, Pier Paolo Pasolini, Francesco Rosi<strong>  </strong>era valorizzato anche dal grande pubblico, si dal pubblico più  popolare. Ma insomma, oggi possiamo ben scriverlo, nella conclusione di oggi: mai pensavamo, almeno sino a tutto il decennio degli anni  novanta, che un giorno  “W la foca” di Nando Cicero, figurasse nel cartellone della mostra internazionale del cinema di Venezia. Eppure è successo, per  “W la foca” e per  tanti altri titoli del genere. Nando Cicero,  pensate, e dunque anche Tinto Brass, Ferdinando Baldi, Giorgio Ferroni, Fernando Di Leo, Luciano Salce,  Piero  Vivarelli,  Riccardo Freda, Sergio Bergonzelli ed altri similari, assolutamente schierati al fianco di Michelangelo Antonioni, Steven Spielberg, Wim Wenders, Claude Chabrol, Mira Nair, Amos Gitai ed altri, ancora similari.</p>
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		<title>TRENT&#8217;ANNI FA LA MORTE DEL REGISTA NANNI LOY: QUEL GIORNO DI QUALCHE ANNO FA CON NINO MANFREDI, A RICORDARE IL REGISTA</title>
		<link>http://www.presentefuturo.org/venticinque-anni-fa-la-morte-del-regista-nanni-loy-quel-giorno-di-qualche-anno-fa-con-nino-manfredi-a-ricordare-il-regista/</link>
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		<pubDate>Fri, 25 Apr 2025 10:10:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Berardi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema e Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>

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		<description><![CDATA[Nanni Loy era davvero convinto: “l’avvenimento culturale più importante del secolo ventesimo è la commedia all’italiana”. E aggiungeva: “la commedia all’italiana è anche l’unico genere tipico del cinema italiano, inventato e prodotto dalla nostra cinematografia. E questo senza aver mai sofferto di imitazioni  significative di cinematografie straniere”. Da parte nostra un’altra domanda a Loy: questo perché non erano  in fondo capaci di mantenere i nostri ritmi e i nostri tempi comici e drammaturgici?: “Esattamente” rispondeva  Nanni Loy. Poi nel proseguo della chiacchierata Nanni ci teneva ad osservare che ciò, che lui chiamava  “fenomeno”, era datato però ad un determinato periodo, anche breve se vogliamo “appena due decenni” osservava  “dalla fine degli anni cinquanta alla metà degli anni settanta circa”. Dopo, secondo Loy, la  commedia all’italiana sarebbe stata sostituita da  “Fantozzi” e dalla sua saga. Ma non era più la stessa cosa,  “cioè era una cosa grande anche “Fantozzi”, ma  ripeto, non era la stessa cosa”. E con questo poi ci teneva a dire che i suoi film  venuti dopo, “Cafè Express”, “Scugnizzi”, “Mi manda Picone”, “Pacco, doppio pacco e contropaccotto” non appartenevano più al filone della commedia all’italiana, e questo pur mantenendone  attivi tutti i vincoli e tutti i materiali [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/04/2018-10-19_104011.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignleft size-medium wp-image-4385" src="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/04/2018-10-19_104011-300x228.jpg" alt="2018-10-19_104011" width="300" height="228" /></a>Nanni Loy era davvero convinto: “l’avvenimento culturale più importante del secolo ventesimo è la commedia all’italiana”. E aggiungeva: “la commedia all’italiana è anche l’unico genere tipico del cinema italiano, inventato e prodotto dalla nostra cinematografia. E questo senza aver mai sofferto di imitazioni  significative di cinematografie straniere”. Da parte nostra un’altra domanda a Loy: questo perché non erano  in fondo capaci di mantenere i nostri ritmi e i nostri tempi comici e drammaturgici?: “Esattamente” rispondeva  Nanni Loy. Poi nel proseguo della chiacchierata Nanni ci teneva ad osservare che ciò, che lui chiamava  “fenomeno”, era datato però ad un determinato periodo, anche breve se vogliamo “appena due decenni” osservava  “dalla fine degli anni cinquanta alla metà degli anni settanta circa”. Dopo, secondo Loy, la  commedia all’italiana sarebbe stata sostituita da  “Fantozzi” e dalla sua saga. Ma non era più la stessa cosa,  “cioè era una cosa grande anche “Fantozzi”, ma  ripeto, non era la stessa cosa”. E con questo poi ci teneva</p>
<p style="text-align: justify;">a dire che i suoi film  venuti dopo, “Cafè Express”, “Scugnizzi”, “Mi manda Picone”, “Pacco, doppio pacco e contropaccotto” non appartenevano più al filone della commedia all’italiana, e questo pur mantenendone  attivi tutti i vincoli e tutti i materiali possibili della commedia all’italiana. Ma restano piuttosto prodotti  ibridi, molto amati certo, ma esclusivamente altro rispetto alla identità primaria della commedia all’italiana. Una domanda quindi avevamo rivolto a Loy sul tramonto, ormai chiaro e avviato, della grande tematica della commedia all’italiana e la risposta di Loy era stata altrettanto chiara e netta: “questo che stiamo attualmente vivendo è un periodo di transizione fra una società ed un’altra. Il contesto politico è cambiato. Anni fa questo  contesto era assolutamente chiaro e preciso: la Democrazia Cristiana, la Chiesa, la Scuola, la Destra, il potere militare. Oggi invece tutto intorno è ambiguità, le carte sono mischiate, il partito Comunista fa quasi parte della coalizione e noi siamo in una posizione in cui ci domandiamo: da quale parte stiamo?  Non si  riscontra quella ideologia ben precisa perché poi i film e le storie abbiano quella sostanza che li può rendere  attraenti. Oggi l’opposizione non esiste praticamente più”. Poi Loy ci aveva rivelato che in verità qualcosa  ancora poteva esserci e che il momento storico poteva ancora suggerire: “un film in testa che vuole indagare  il momento, ma non ne riesco, anzi non riusciamo a coglierne il bandolo della matassa, è una storia che mi  suggerisce Manfredi e che parte dalla penna dello sceneggiatore Tullio Pinelli. <a href="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/04/locandina-Cafè-Express.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignright size-full wp-image-4386" src="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/04/locandina-Cafè-Express.jpg" alt="locandina Cafè Express" width="572" height="800" /></a>Ma nemmeno Pinelli mi pare  che ormai ha le idee ordinate”. Fin qui Nanni Loy. Personalmente ero molto amico di Nino Manfredi e di quel  momento sorto tra l’attore e lo sceneggiatore Pinelli ne sono stato un effettivo testimone. Era l’anno 1990, Manfredi era in una giornata di pausa dalla lavorazione del film “In nome del popolo sovrano”, che in quei giorni stava girando per la regia di Luigi Magni. Ero capitato lì un pomeriggio, proprio nel bel mezzo di una discussione su un progetto di sceneggiatura di un film che Pinelli e Manfredi volevano girare insieme. Alla  regia doveva trovarsi Nanni Loy, almeno così Manfredi auspicava e, in un certo senso, pretendeva. Tullio  Pinelli ripeteva che il nome del regista in quel momento era l’ultimo dei problemi, anzi non era assolutamente  il problema. Ecco, un tempo i film, i bei film, nascevano anche così, si discuteva animatamente, e per ore, forse anche intere giornate persino la scelta del regista. Il grande attore, in questo caso Nino Manfredi, proponeva il suo regista, quello a lui più congeniale, almeno in quel periodo storico, gli sceneggiatori, quelli molto coinvolti nei progetti, pensavano ad un altro, anche il produttore aveva il suo nome di fiducia, così come pure i  distributori. Ed i grandi film nascevano anche tra queste discussioni sui nomi, e non  sorprendeva affatto che la discussione scoppiasse tra l’attore ed uno degli sceneggiatori perché il cinema  della grande tradizione della commedia all’italiana, congeniale a Nino Manfredi, così come ad Ugo Tognazzi,  Vittorio Gassman, Alberto Sordi era proprio il cinema degli attori e degli sceneggiatori, pensiamo tra questi ad  Age, Furio Scarpelli, Rodolfo Sonego, Piero De Bernardi, Leo Benvenuti, Ruggero Maccari. La sceneggiatura, già in avanzata fase di preparazione, che era all’origine della discussione tra Manfredi e Pinelli, in realtà non è stata più realizzata. Ricordo che il soggetto voleva tratteggiare, molto ironicamente,</p>
<p style="text-align: justify;">il movimento della Lega Lombarda, in fermento in quei fine anni ottanta, i suoi elettori ed il suo senatore  Umberto Bossi. E quando poi avevo domandato a Loy se si poteva raccontare, oggi, cinematograficamente, un personaggio politico in ascesa, come era in quegli anni Silvio Berlusconi, lui mi aveva risposto: “si, oggi potrei benissimo immaginarmi un film su Berlusconi. Non lo voterò, non mi piace e tutto mi separa da lui, ma potrei trovarne un nesso, un origine, persino comprenderlo forse”. Ed io ancora a domandare: “Nanni, hai allora in progetto un film su Berlusconi?  E lui a rispondermi: “ma non certo ora. Bisogna storicizzare un po’, ma la sua biografia è una naturale produttrice di immagini”. Con Manfredi poi ho sempre condiviso una verità che riguarda Nanni Loy, un’opinione sulla sua grandezza di regista perché davvero Nanni è stato un regista</p>
<p style="text-align: justify;">esemplare per correttezza, per simpatia, per doti umane. Loy è stato un regista che assolutamente in tutta la  sua carriera ha dovuto fare i conti sempre al centesimo tra le esigenze del produttore e le sue aspettative di autore. I suoi film in questo senso sono quasi sempre stati la sintesi perfetta e la bilancia di questi contrasti:</p>
<p style="text-align: justify;">per poter fare “Un giorno da leoni”, il suo film, ha dovuto girare prima “Audace colpo dei soliti ignoti” per il produttore, per poter fare “Il padre di famiglia”, il suo film, ha dovuto girare prima “Made in Italy” per il produttore, per girare il suo “Cafè express” ha dovuto prima dirigere per il produttore gli episodi di “Basta</p>
<p style="text-align: justify;">che non si sappia in giro” e di “Quelle strane occasioni”, per poter girare il suo “Mi manda Picone” ha dovuto girare per il produttore “Testa o croce”. Che poi, assolutamente, anche i film girati per il produttore sonorisultati film sempre gradevoli, brillanti, realizzati con mestiere, passione e storia relativa del cinema non</p>
<p style="text-align: justify;">ci  piove, ma sono sempre stati dazi pagati da Loy per poter realizzare davvero le opere in cui credeva di più. E il giorno in cui, proprio di sfuggita, ho incontrato Loy che di fretta scendeva le scale del Vittoriano, proprio di corsa sono riuscito appena a domandagli: “e allora Nanni,“Pacco, doppio pacco e contropaccotto” è stato il film del produttore, il tuo prossimo invece?” … e lui sorridendo a rispondere: “ah, conosci il miopercorso. Ionesco diceva che solo le parole contano, il resto sono tutte chiacchiere. E le parole assieme ai fatti e alle idee saranno il mio prossimo lavoro nel cinema …”. Un film naturalmente mai fatto, forse nemmeno scritto perché Loy, da lì a qualche mese, morì in vacanza a Fregene nella piena estate del 1995.</p>
<p style="text-align: justify;">Nanni Loy è stato un regista che è andato a toccare con i suoi film più veri, certamente, le piaghe della nostra società e fare i conti con il suo cinema può significare, ancora oggi, fare i conti con i problemi reali, quotidiani, netti, e questi poi resi molto più brucianti dall’attuale indietrismo. Le commedie di Loy hanno lo stesso spessore di sgomento e di tragedia che davvero avevano i film del neorealismo migliore.  Aveva proprio ragione da  vendere Nanni Loy quando riteneva che le sue pellicole erano tutte ben salde sul terreno del Neorealismo cinematografico.</p>
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		<title>EVA CROSETTA: QUANDO LA SCRITTURA DIVENTA UNA QUESTIONE DI CUORE</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Mar 2025 14:13:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Berardi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>

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		<description><![CDATA[La giornalista Eva Crosetta lo aveva promesso, quando aveva fatto visita ai ragazzi dell’Istituto Giulio Cesare di Sabaudia qualche anno fa, che presto avrebbe raccontato il suo viaggio africano. Un viaggio particolare, come aveva sottolineato, e che oggi Eva Crosetta ha pubblicato con il bellissimo titolo “Che colpa ne ho se sono nato in Congo all’ombra di un mango?”, appena uscito nelle librerie a cura delle edizioni Bur-Rizzoli. Un volume che non descrive solo la missione in Africa di Eva Crosetta e la sua conversione spirituale ma è diventato, come spiega anche il suo bellissimo sottotitolo, un viaggio tra le storie delle persone che l’autrice ha incontrato. Il viaggio in Congo, come ha detto Eva Crosetta, è stato un bisogno, come poi un bisogno è diventato quello di scriverlo. Dice Eva Crosetta: “dicono che il mio sia un libro che si fa volere bene e io penso che, e ne sono fermamente convinta, che il bene deve essere condiviso. Il bene è contagioso ed io in questo viaggio di tre settimane a Kinshasa, nella Repubblica democratica del Congo presso la comunità Amore e Libertà di Don Matteo Galloni, ho scoperto l’amore autentico, quell’amore che riesce a cambiare la vita delle [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La giornalist<a href="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/03/Eva-e-Gianni-a-Sabaudia.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignleft size-content wp-image-3903" src="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/03/Eva-e-Gianni-a-Sabaudia-620x264.jpg" alt="Eva e Gianni a Sabaudia" width="620" height="264" /></a>a Eva Crosetta lo aveva promesso, quando aveva fatto visita ai ragazzi dell’Istituto Giulio Cesare di Sabaudia qualche anno fa, che presto avrebbe raccontato il suo viaggio africano. Un viaggio particolare, come aveva sottolineato, e che oggi Eva Crosetta ha pubblicato con il bellissimo titolo <a href="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/03/Eva-Crosetta.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignright size-large wp-image-3904" src="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/03/Eva-Crosetta-682x1024.jpg" alt="?????????????????????????????" width="620" height="930" /></a>“Che colpa ne ho se sono nato in Congo all’ombra di un mango?”, appena uscito nelle librerie a cura delle edizioni Bur-Rizzoli. Un volume che non descrive solo la missione in Africa di Eva Crosetta e la sua conversione spirituale ma è diventato, come spiega anche il suo bellissimo sottotitolo, un viaggio tra le storie delle persone che l’autrice ha incontrato. Il viaggio in Congo, come ha detto Eva Crosetta, è stato un bisogno, come poi un bisogno è diventato quello di scriverlo. Dice Eva Crosetta: “dicono che il mio sia un libro che si fa volere bene e io penso che, e ne sono fermamente convinta, che il bene deve essere condiviso. Il bene è contagioso ed io in questo viaggio di tre settimane a Kinshasa, nella Repubblica democratica del Congo presso la comunità Amore e Libertà di Don Matteo Galloni, ho scoperto l’amore autentico, quell’amore che riesce a cambiare la vita delle persone. Ed ho avuto anche la mia conversione perché prima la mia fede era abbastanza tiepida, un po’ al bisogno, ancorata solamente alle feste comandate più importanti, ed invece lì ho scoperto proprio la relazione con il Signore, un Signore che agisce nella Storia, nella mia, nella tua, nella nostra Storia, una Storia che però è la nostra vita e quindi, questo, ha fatto davvero la differenza”. Gli incontri di Eva Crosetta in Congo, che poi lei racchiude nel libro, in realtà è diventato un ricco documento, anche un invito a rafforzare in definitiva un dialogo interreligioso nel rispetto della identità di ciascuno e nel rigetto soprattutto di ogni violenza e discriminazione. Ci si può leggere persino una ferma denuncia delle ingiustizie sociali, proprio a partire dalla sopraffazione economica che in qualche maniera ha subito e subisce il Congo e dalla corruzione, all’ingordigia di potere e di ricchezza di pochi a danno di moltissimi. Togliendo un po’ anche l’etica che sorregge il libro, quella soprattutto religiosa e spirituale, la chiave di lettura in senso laico è quella che favorisce davvero l’interpretazione migliore di tutto il libro, cioè quel favorire il confronto con noi stessi attraverso gli altri, anche con un mondo altro, come è appunto la realtà del Congo preso in esame dall’autrice. La scrittura di Eva Crosetta, ironica e tenera, è in più passi anche commovente quando riesce a fotografare, in certi passaggi, una situazione che a noi appare certo lontanissima ma che ci avvicina comunque ad un mondo che ci pone delle riflessioni, proprio su noi stessi, le riflessioni cioè di un popolo sicuramente privilegiato.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/03/copertina-de-Che-colpa-ne-ho-se__-sono-nato-in-Congo1.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignleft size-full wp-image-3906" src="https://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/03/copertina-de-Che-colpa-ne-ho-se__-sono-nato-in-Congo1.jpg" alt="copertina de Che colpa ne ho se__ sono nato in Congo" width="500" height="762" /></a>Eva Crosetta, volto noto della televisione italiana, oggi alla conduzione di “Sulla via di Damasco” su Rai Tre, ha un passato autorevole anche in trasmissioni come  “A prescindere”, condotta con Michele Mirabella, una diretta giornaliera che fu un evento qualche anno fa su Rai Tre e poi  “Uno Mattina” e “Linea Verde”, la trasmissione itinerante di Rai Uno dove, appunto, Eva Crosetta era l’elemento in viaggio, proprio da una realtà nazionale ad un&#8217;altra, dal nord al sud dell’Italia. E nei suoi itineranti viaggi professionali aveva toccato anche il territorio pontino.  Dice Eva Crosetta: “quando conducevo appunto Linea Verde, la domenica mattina, abbiamo dedicato una intera puntata al giardino delle oasi di Ninfa, nel territorio di Cisterna di Latina. Un posto assolutamente straordinario, incantevole,sottolineato anche nella trasmissione, e raramente ci eravamo spesi nel tessere queste lodi in diretta. Insomma, in qualche maniera, avevo capito perfettamente come mai a Giorgio Bassani la venuta in quel luogo gli aveva ispirato il suo bellissimo romanzo “Il giardino dei Finzi Contini”. Poi da buona veneta ho anche delle ragioni storiche ed affettive verso queste terre, qua la presenza veneta pare si sia fatta sentire particolarmente, e di questo ne sonoproprio orgogliosa, i veneti sono stati in buona parte quei grandi lavoratori che hanno posto le basi per lo sviluppo grandioso del territorio pontino”.  E nemmeno le gravi servitù che incombono sul territorio pontino, pensiamo in questo  momento ancora alle due centrali nucleari, quella del Garigliano e quella di Borgo Sabotino che, seppure dismesse, certamente continuano silenti nella loro attività inquinante, alla discarica di Borgo Montello, una realtà certamente in pieno sfacelo, e poi ad un poligono di tiro militare che in qualche maniera sta reprimendo ancora un pezzo importante di litorale, turbano le idee di Eva Crosetta sui limiti perfetti del territorio pontino.  “A volte basta poco”, come poi ha detto Eva Crosetta, “e la vita può prendere una svolta davvero inaspettata”. In questo caso la svolta ha coinciso con l’incontro di Eva Crosetta con Don Matteo Galloni, il fondatore insieme a Francesca Dermanini della comunità Amore e Libertà, che dal 1988 accoglie  bambini e ragazzi soli, in Italia e nella estrema periferia di Kinshasa in Congo, comunità dove l’apertura alla dimensione spirituale, alla centralità della famiglia e soprattutto alla trasmissione dello spirito di fraternità è il monito, la valorizzazione,di ciò che poi il “continente nero”, malgrado i suoi drammi, le tensioni che lo attraversano e le ingiustizie che continua a subire, può offrire al futuro del mondo.</p>
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		<title>GIUSEPPE DE VENA: “MENESTRELLO” E SCRITTORE PONTINO</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Mar 2025 18:05:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Berardi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il recente Sanremo non ha proprio entusiasmato il cantautore pontino Giuseppe De Vena. Anzi lo ritiene ormai, piuttosto e solamente, un ruffiano spettacolo televisivo tutto dedito a sostenere e a promuovere “prodotti” per il commercio e a forgiare soprattutto i famosi “consigli per gli acquisti”.  Dice Giuseppe De  Vena: “ma parlare di canzoni per me, paradossalmente, oggi come ieri, è sempre difficile. L’emozione che genera un brano è uno stato assolutamente soggettivo. Io posso parlare di esecuzione, di arrangiamento, di interpretazione. Quest’anno ho notato soprattutto molta scena, in particolare negli abiti e nel trucco. Io resto sempre un fan di Giorgia però questa volta non mi ha affatto emozionato. Ma devo dire però che il suo era un brano davvero difficile. Poi, per il resto, questo Festival della canzone italiana è stato noia”. Oggi in casa non è facile trovare un nuovo disco di Giuseppe De Vena, anzi praticamente è proprio impossibile dato che Giuseppe De Vena sono anni ormai che non entra in uno studio per incidere un proprio lavoro. Spesso la gente, dopo una sua esibizione, lo avvicina e gli chiede dove poter trovare le sue canzoni più recenti e lui sempre serafico risponde: “devi solo venire nei [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/03/De-Vena-Berardi.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignleft size-medium wp-image-3415" src="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/03/De-Vena-Berardi-300x224.jpg" alt="De Vena Berardi" width="300" height="224" /></a>Il recente Sanremo non ha proprio entusiasmato il cantautore pontino Giuseppe De Vena. Anzi lo ritiene ormai, piuttosto e solamente, un ruffiano spettacolo televisivo tutto dedito a sostenere e a promuovere “prodotti” per il commercio e a forgiare soprattutto i famosi “consigli per gli acquisti”.  Dice Giuseppe De  Vena: “ma parlare di canzoni per me, paradossalmente, oggi come ieri, è sempre difficile. L’emozione che genera un brano è uno stato assolutamente soggettivo. Io posso parlare di esecuzione, di arrangiamento, di interpretazione. Quest’anno ho notato soprattutto molta scena, in particolare negli abiti e nel trucco. Io resto sempre un fan di Giorgia però questa volta non mi ha affatto emozionato. Ma devo dire però che il suo era un brano davvero difficile. Poi, per il resto, questo Festival della canzone italiana è stato noia”. Oggi in casa non è facile trovare un nuovo disco di Giuseppe De Vena, anzi praticamente è proprio impossibile dato che Giuseppe De Vena sono anni ormai che non entra in uno studio per incidere un proprio lavoro. Spesso la gente, dopo una sua esibizione, lo avvicina e gli chiede dove poter trovare le sue canzoni più recenti e lui sempre serafico risponde: “devi solo venire nei luoghi e nei palcoscenici dove  mi esibisco, proprio come hai fatto questa sera”. Giuseppe De Vena ha all’attivo ormai quasi cinquant’anni di canzoni, la sua poetica davvero ha assorbito molto dal clima musicale e sociale in cui è vissuto e maturato e le sue canzoni hanno tutte un riferimento assolutamente sociopolitico e socioculturale. Oggi in fondo potrebbe essere pronto il suo quattordicesimo disco ma che senso avrebbe produrlo se non vi è più una seria distribuzione sul mercato e quindi una assoluta impossibilità di vendita. E Giuseppe De Vena,  alla luce di tale attualità, dice di sentirsi sempre come uno che organizza una cena per quaranta persone e poi invece si ritrova al ristorante solo con sua moglie.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/03/la-copertina-de-Chitarra-da__-cross.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignright size-full wp-image-3416" src="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/03/la-copertina-de-Chitarra-da__-cross.jpg" alt="la copertina de Chitarra da__ cross" width="536" height="806" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Un esempio ne è Il Sottoscala di Latina dove ad esibirsi spesso sono giovani ma anche attempati signori che hanno alle spalle una serie di dischi  autoprodotti ma non hanno mai raggiunto il grande pubblico. I suoi ultimi pezzi,composti in questi giorni e che abbiamo avuto poi l’opportunità e il privilegio, quasi, di ascoltare, “Una pizza da portar via”, “La  Ducati” e “Santi in paradiso” ci hanno confermato che davvero con Giuseppe siamo di fronte ad un  cantautorato da graffiti vomitato però in una giungla di musica cialtrona. Non ci sono certo tentativi di  rinnovare il pentagramma attraverso le canzoni di Giuseppe De Vena, ma è altrettanto vero che sempre  sono canzoni che si lasciano piuttosto cullare da una forte lezione di tradizione. Personaggio storico della  ribalta romana e pontina Giuseppe De Vena ha portato sul palco, soprattutto tra i gloriosi anni settanta ed ottanta, la sua vena rilassata, la sua poetica profonda ed ironica. I suoi palcoscenici abituali come appunto Il Sottoscala a Latina, l’Arciliuto e L’Asino che vola a Roma, quest’ultimo proscenio poi lo ha visto duettare  spesso con Luigi Grechi, fratello “sapiente” del principe, Francesco De Gregori. Negli anni Giuseppe De Vena ha collaborato, offrendo le sue canzoni, che poi solo per cavilli  burocratici le cose non si sono concluse nel modo più giusto, ovvero con le incisioni discografiche, per personaggi del calibro di Nino Manfredi, Franco Califano e Pippo Franco. Giuseppe De Vena ha scritto canzoni pensando un po’ sempre alla interpretazione dei vari personaggi che via via gli balenavano in mente, e tra questi anche Gigi Proietti,  Alvaro Vitali, Lando Fiorini e Pierangelo Bertoli. Davvero Giuseppe ha sempre avuto l’idea che il suo ruolo nel mondo della canzone era piuttosto quello dell’autore: “voglio scrivere per gli altri” diceva sempre ma puntualmente finiva per cantarle lui, e  bene, nelle sue esibizioni sui palchi, in giro quasi sempre nella zona laziale dove Roma, Latina, Anzio e Nettuno hanno rappresentato le sue piazze ideali, composte sempre, come ci ha detto Giuseppe, da un pubblico maggiore, “un pubblico che non sta attento solo all’industria culturale”, una industria, rispondiamo  noi che spesso   annacqua e livella le migliori espressioni artistiche. Ma le condizioni che sempre regolano il compromesso tra arte ed industria non girano certo in maniera democratica, ma Giuseppe De Vena continua ad andare avanti ancora “stoicamente” per la sua strada perché in tutti questi anni ha sempre continuato a scrivere canzoni e poi a cantarle negli spazi a lui congeniali. Ci piace pensare a questo punto che Giuseppe ha come valorizzato finalmente una scoperta: che le canzoni che uno scrive bisogna interpretarsele da soli altrimenti possono  rischiare di perdere il loro spirito originario. Tra gli spettacoli firmati da Giuseppe anche qualcosa al mitico club del Leone Rosso a Latina, spazio proverbiale del teatro canzone messo su in zona pontina da Sergio Leonardi negli anni ottanta, come era stato appunto lo spettacolo “Stasera ho le mie cose” in cui tra canzoni e barzellette Giuseppe De Vena ha davvero dato il meglio di sé. “Canto soprattutto in difesa dell&#8217;umorismo” dice oggi Giuseppe De Vena e bisogna prenderlo assolutamente in parola, perché titoli come  “Passami un Kleenex”, “La cosciona di Cassino” o  “Il negozio del vino” davvero fanno pensare che le genialità di Enzo Iannacci e di Rino Gaetano, dopo la loro morte, non si sono fermate e che davvero hanno lasciato dietro di loro un  proselito autorevole. Le canzoni di Giuseppe De Vena non hanno mai avuto bisogno, nella loro pura semplicità, di strumentisti e nemmeno di strumenti. Basta averlo visto nel corso dei suoi concerti, spesso  anche in circuiti non proprio tradizionali, unici alleati un semplice sgabello di legno o una sedia, la chitarra e la sua voce. Piace pensare ancora a Giuseppe De Vena come un battitore libero della canzone, davvero  un menestrello, un satiro popolare, ancora legato alla sua epoca giovanile, gli anni settanta. Da anni poi  Giuseppe De Vena aveva nel cassetto una storia, questa volta scritta “non in chiave di violino” come ci ha  detto, ma per dare corso semplicemente ad un suo impegno letterario, “Chitarra da cross” e che solo da  pochi mesi è diventato un libro ed è adesso sul mercato. E la copertina del libro è già un capolavoro nella  sua immagine quasi da pop art: una Harley-Davidson a forma di chitarra con a bordo una sagoma che fa il  verso a Peter Fonda nel film “Easy Rider”. Dice Giuseppe De Vena: “non sono riuscito ad incidere dischi, o forse non l’ho voluto nemmeno cosi tanto, ma sono riuscito comunque a pubblicare un libro”. Con “Chitarra  da cross” tornano in auge i suoi mitici anni settanta, quelli vissuti  “estremamente” da Giuseppe De Vena, proprio tra l’impegno politico e quello della cultura e della musica, anni in cui la creatività ed i conflitti erano  parte integrante di una esistenza votata assolutamente all’arte.</p>
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		<title>DIEGO PROTANI E IL LIBRO SUGLI SQUALLOR: UNA BELLA PAGINA DI IRRIVERENZA</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jan 2025 18:01:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Berardi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli Squallor sono stati davvero la realtà del cazzeggio italiano, anzi in quel contesto sono stati davvero una sociologia. Hanno spinto certo nel verso dell’audacia un pedale già schiacciato con molta intelligenza e tanto garbo da due maestri come Renzo Arbore e Gianni Boncompagni e dai loro discepoli, artisti come Mario Marenco, Giorgio Bracardi e Nino Frassica. Ora su questa realtà del “cazzeggio” si basa un saggio appena uscito, “Quando l’Italia mi Arraphao con gli Squallor”, edito dalla casa editrice LFA  Publisher e curato da Diego Protani. Scrittore di Ceccano, nella vicina Ciociaria, Diego Protani è qua alla sua terza esperienza letteraria. In precedenza aveva pubblicato altri due volumi, sempre editi dalla LFA Publisher e realizzati insieme alla professoressa Viviana Vacca: “Sulle labbra del tempo. Area tra musica, gesti e immagini”, dedicato al gruppo musicale del grande  Demetrio Stratos, un autore troppo presto scomparso dalle scene musicali e “Sunshine. I colori della musica”. Diego Protani non ha dubbi sulla risposta quando gli abbiamo chiesto del perché oggi scrivere un libro proprio sugli Squallor: “perché sta prendendo troppo piede il politicamente corretto. E non va bene assolutamente. Non si possono mettere le mutande alla cultura e alla satira”. Dice Diego Protani: [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Gli Squallor sono st<a href="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/01/Diego-Protani-e-Giovanni__-Berardi.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignleft size-full wp-image-3304" src="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/01/Diego-Protani-e-Giovanni__-Berardi.jpg" alt="Diego Protani e Giovanni__ Berardi" width="438" height="584" /></a>ati davvero la realtà del cazzeggio italiano, anzi in quel contesto sono stati davvero una sociologia. Hanno spinto certo nel verso dell’audacia un pedale già schiacciato con molta intelligenza e tanto garbo da due maestri come Renzo Arbore e Gianni Boncompagni e dai loro discepoli, artisti come Mario Marenco, Giorgio Bracardi e Nino Frassica. Ora su questa realtà del “cazzeggio” si basa un saggio appena uscito, “Quando l’Italia mi Arraphao con gli Squallor”, edito dalla casa editrice LFA  Publisher e curato da Diego Protani. Scrittore di Ceccano, nella vicina Ciociaria, Diego Protani è qua alla sua terza esperienza letteraria. In precedenza aveva pubblicato altri due volumi, sempre editi dalla LFA Publisher e realizzati insieme alla professoressa Viviana Vacca: “Sulle labbra del tempo. Area tra musica, gesti e immagini”, dedicato al gruppo musicale del grande  Demetrio Stratos, un autore troppo presto scomparso dalle scene musicali e “Sunshine. I colori della musica”. Diego Protani non ha dubbi sulla risposta quando gli abbiamo chiesto del perché oggi scrivere un libro proprio sugli Squallor: “perché sta prendendo troppo piede il politicamente corretto. E non va bene assolutamente. Non si possono mettere le mutande alla cultura e alla satira”. Dice Diego Protani: “i dischi degli Squallor sono tutto un programma, come indicano anche i titoli dei loro vinili: “Troia”, “Palle”, “Pompa”, “Cappelle”, “Tromba”, tanto per attenerci ad un solo periodo artistico del gruppo, quello che va dal 1973 al 1980”. Certo è che gli Squallor non sono stati solo un gruppo musicale nato così per caso, all’alba degli anni settanta, ma è stata davvero una esperienza produttiva intensa che  nell’arco di una decina di anni ha sbeffeggiato e sfidato il sistema discografico e quello culturale del paese. Dice Diego Protani: “tanto è vero che dopo anche il cinema si è interessato assolutamente alla loro produzione artistica e il regista e produttore Ciro Ippolito ha firmato ben due pellicole sulla loro realtà, due pellicole che hanno riportato anche un enorme successo di pubblico, “Arraphao” e “Uccelli d’Italia”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/01/Protani.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignright size-medium wp-image-3305" src="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/01/Protani-300x198.jpg" alt="Protani" width="300" height="198" /></a>E tutta la loro produzione culturale, dai dischi ai film intendo, sono assolute frustate all’ipocrisia e al perbenismo”. Il loro primo album, “Troia”, edito nel 1973, già racchiudeva perfettamente quella che poi sarà in definitiva la linea guida della loro esperienza artistica: il titolo con il doppio senso, l’alternare brani cantati ad altri invece raccontati o recitati, anche la ripresa di vecchi successi melodici, molti tra l’altro scritti proprio da loro medesimi, in versione seria e per i cantanti più in voga nel periodo  immediatamenteprecedente,quello degli anni sessanta. E qui stiamo parlando proprio di canzoni scritte soprattutto per Orietta Berti, Massimo Ranieri, Little Tony, Caterina Caselli.</p>
<p style="text-align: justify;"> Il sincero volume di Diego Protani, peraltro si maneggia e si legge con molta comodità, si sofferma non solo sulla loro canzone “audace” ma si forgia soprattutto attraverso le testimonianze di vari artisti e di varie personalità che hanno ben conosciuto la realtà culturale degli Squallor. Il risultato immediato che Diego Protani raggiunge è quello di aver confezionato davvero un saggio autentico, di riflessioni e di curiosità, attorno al disinvolto e  genialoide gruppo. E la beltà e il grande interesse del volume è che Diego Protani riesce a collocare con facilità la realtà socio-culturale degli Squallor, piuttosto  all’avanguardia, in un momento storico ed anche, attualmente, un po’ difficile e particolare che sta facendo del “politicamentecorretto” quasi una identità culturale dominante. E Diego Protani attraverso questo volume dà l’impressione di spaziare quasi in una sorta di “rivolta” sull’egemonia di tale condizione culturale. Dice Diego Protani: “e si, ed anche in ogni contesto oggi pare difficile collocare  una sana e liberatoria parola forte, una parolaccia certo non fine a se stessa, ma a determinare un contesto specifico o una situazione specifica insomma”. Continua Diego Protani: “bene hanno fatto quindi opere di tale “rivolta lessicale” come è stata la produzione, che io definisco  culturale, degli Squallor”. E questo è un ulteriore grossissimo merito che va assolutamente riconosciuto al lavoro culturale di Diego Protani, che lo ha visto  anche puntualmente e con molta sagacia e curiosità raccogliere le testimonianze di <a href="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/01/la-copertina-de-Quando-lItalia__-si-Arraphao-con-gli-Squallor.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignleft size-full wp-image-3306" src="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2025/01/la-copertina-de-Quando-lItalia__-si-Arraphao-con-gli-Squallor.jpg" alt="la copertina de Quando l'Italia__ si Arraphao con gli Squallor" width="686" height="960" /></a>chi con gli Squallor, negli anni deputati al loro contributo culturale, soprattutto dal 1973 al 1980, hanno convissuto e collaborato con il gruppo. Che cosa rimane oggi di un gruppo come quello degli Squallor? Come dice Diego Protani “sicuramente la certezza di avere aperto le strade pian pianino ad artisti come Elio e le Storie Tese, Vasco Rossi, Fiorello”. Diego Protani poi è  convinto, e attraverso la lettura di questo saggio in pillole, la sua convinzione sembra venire sempre a galla, che gli Squallor, quelli che erano cioè Alfredo Cerruti, Giancarlo Bigazzi, Daniele Pace e Totò Savio, e le loro realtà “poetiche” non sono mai state ben “storicizzate” e nemmeno mai “ben riconosciute”. Dice  Diego Protani: “certo è che scrivere la biografia di questi quattro fenomeni sarebbe stato come scrivere una enciclopedia. Il mio lavoro è solo un momento di presentazione del gruppo, di una realtà letteraria e musicale che ha venduto milioni e milioni di dischi. E possiamo affermare senza alcuna retorica che gli Squallor erano una realtà certo “notturna”, perché di giorno sapevano sopportare con garbo e tracotanza, e grande professionalità anche, il loro lavoro di grandi  autori di canzoni per talenti, e questo lo abbiamo accennato anche sopra, come Massimo Ranieri, Caterina Caselli, Orietta Berti, Marcella, Umberto Tozzi ed anche di grandi e competenti produttori discografici come era appunto Alfredo Cerruti”. Canzoni come  “Rose rosse” di Massimo Ranieri, come “Cuore matto” di Little Tony, come “Nessuno mi può giudicare” di  Caterina Caselli, come “Lisa dagli occhi  blu” di Mario Tessuto, quattro pezzi raccolti nel mazzo delle oltre mille canzoni, scritte, ora una ora l’altra, da Daniele Pace, Totò Savio e Giancarlo Bigazzi, “quando non  erano gli Squallor”, sono esempi concreti di una professione sempre spesa, tra alti e bassi certo, con  esemplare serietà. Dice Diego Protani: “è vero e gli Squallor lo hanno cantato in più di un disco questa  particolare critica alla musica melodica che eppure scrivevano e producevano di giorno”. E viva davvero gli Squallor, come ha scritto Diego Protani, una realtà di cui oggi davvero ne avvertiamo sempre di più la mancanza.</p>
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		<title>NANNI MORETTI: IL RITORNO, NEGLI ANNI, IN TERRA PONTINA</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Nov 2024 17:30:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Eravamo rimasti così: lo sguardo di Nanni posato sull’architettura ad M del palazzo di Corso della Repubblica a Latina. Nanni Moretti in quel frangente era in tournèe per la presentazione del film  “La stanza del figlio” ed una data toccò, nell’ormai lontano 2001, anche il Supercinema di Latina. “E’ qualcosa di spettacolare” si lasciò sfuggire al proposito, proprio in rapita osservazione, ed infatti quella sera, tra le luci soffuse, ma in verità più di un lampione era fulminato, il palazzo M assumeva una dignità che forse mai, noi pontini più o meno di origine controllata, avevamo percepito e raccolto. Sarà stato lo sguardo, finanche la lirica del poeta Moretti abbiamo pensato, cioè di un poeta civile e violento, visti i temi ed i tempi che sempre ha preso in indagine per i suoi film e per i suoi interventi. “Però” ebbe a commentare “non sapevo e non conoscevo”. Poi in zona pontina Nanni Moretti era sempre voluto tornare a presentare i suoi film, qualcuno lo aveva anche, in parte, realizzato in zona,  parliamo de “Il caimano”, quando aveva portato le sue macchine da presa proprio sul litorale pontino, due location, una all’altezza del bar Giovannino a Capoportiere e l’altra sul [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Eravamo rimasti così: lo sguardo <a href="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2024/11/Nanni-e-Gianni.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignleft size-medium wp-image-2512" src="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2024/11/Nanni-e-Gianni-300x261.jpg" alt="Nanni e Gianni" width="300" height="261" /></a>di Nanni posato sull’architettura ad M del palazzo di Corso della Repubblica a Latina. Nanni Moretti in quel frangente era in tournèe per la presentazione del film  “La stanza del figlio” ed una data toccò, nell’ormai lontano 2001, anche il Supercinema di Latina. “E’ qualcosa di spettacolare” si lasciò sfuggire al proposito, proprio in rapita osservazione, ed infatti quella sera, tra le luci soffuse, ma in verità più di un lampione era fulminato, il palazzo M assumeva una dignità che forse mai, noi pontini più o meno di origine controllata, avevamo percepito e raccolto. Sarà stato lo sguardo, finanche la lirica del poeta Moretti abbiamo pensato, cioè di un poeta civile e violento, visti i temi ed i tempi che sempre ha preso in indagine per i suoi film e per i suoi interventi. “Però” ebbe a commentare “non sapevo e non conoscevo”. Poi in zona pontina Nanni Moretti era sempre voluto tornare a presentare i suoi film, qualcuno lo aveva anche, in parte, realizzato in zona,  parliamo de “Il caimano”, quando aveva portato le sue macchine da presa proprio sul litorale pontino, due location, una all’altezza del bar Giovannino a Capoportiere e l’altra sul piccolo molo all’altezza della strada interrotta a Foceverde. Ed è stato un film, “Il caimano”, che aveva visto anche la partecipazione del nostro artista da strada, il poeta pittore della Zanzara pontina, Antonio Taormina, che Nanni Moretti  aveva conosciuto e poi utilizzato sul set come un novello Cristoforo Colombo. Subito Nanni Moretti è tornato al Circeo, questa volta come attore, sul set del film “Caos calmo” di Antonello Grimaldi tratto dal romanzo di Sandro Veronesi. E il set di “Caos calmo”, nonostante Moretti, fu ricordato principalmente  come un set bollente, dove una accentuata scena di sodomia tra l’attore Moretti e l’attrice Isabella Ferrari aveva portato in provincia un prurito esagerato e altamente sbandierato in termini di grossolano gossip da tutta la stampa locale. Noi che abbiamo visitato il set al Circeo abbiamo notato Moretti come un attore  assolutamente disciplinato e sensibilissimo, molto attento sempre alle direttive del regista Antonello Grimaldi che eppure si faceva sentire anche in maniera autoritaria. Ma la responsabilità <a href="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2024/11/Nanni-Moretti.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignright size-medium wp-image-2514" src="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2024/11/Nanni-Moretti-225x300.jpg" alt="Nanni Moretti" width="225" height="300" /></a>di Moretti nel set di “Caos calmo” non era solo d’attore, egli infatti era anche l’autore, insieme a Laura Paulucci e allo  scrittore premio Strega  Francesco Piccolo della sceneggiatura. Segno che a quel lavoro Nanni teneva  veramente, “Caos calmo” sicuramente ha aggiunto qualcosa ai ritmi della sua carriera, ai ritmi della sua personalità e delle sue analisi sui percorsi della vita e della creatività. E’stato un piacere poi avere scoperto questa tesi, che avevamo formulato in sede di lavorazione del film, seguendo semplicemente il lavoro  disciplinato di Nanni Moretti come attore. Anche questo è stato ed è Nanni Moretti: Nanni che cattura su di sé tutte le attenzioni e tutte le isterie di un set, non è stato e non è un divo, non se la tira insomma, almeno non si comporta tale, ma tutti cercavano e cercano lui, e lui non ha cercato e non cerca nessuno. Altri hanno pensato e pensano che è proprio questa snobberia comunicata, noi la abbiano chiamata e la chiamiamo solo forte timidezza questa nonchelance esistenziale che fa sembrare l’attore-regista uno  spocchioso, che sottosotto tiene spudoratamente al suo divismo. E’un altro estremo, di quelli alla rovescia lo chiamavano e lo chiamano i suoi detrattori, che dicevano e dicono: “le cose rovesciate sono molto affermate e oggi fanno la storia”. Noi credevamo e crediamo, e siamo sicuri, solamente alla sua notoria timidezza, che lo rende magari piuttosto asociale, fuori schema. Ma la consapevolezza che Nanni Moretti ha scritto le cronache più belle e più vere dell<a href="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2024/11/Ecce-Bombo.jpg" rel="prettyPhoto"><img class="alignleft size-large wp-image-2515" src="http://www.presentefuturo.org/wp-content/uploads/2024/11/Ecce-Bombo-754x1024.jpg" alt="Ecce Bombo" width="620" height="842" /></a>a confusione dei nostri giorni, quelle che vanno da “Ecce Bombo” del 1978 a “Il Sol dell’avvenire” del 2023, ebbene questa consapevolezza deve esplodere e fare gridare a tutti la gratitudine planetaria che dobbiamo a questa grande maschera moderna. Ed i furbi che  erano e sono tra noi, smascherati nel loro trasformismo da alcuni film “morettiani” hanno ormai, in verità, i limiti segnalati e i comportamenti affannati. Tornando dal Circeo in macchina, quella sera, dopo cioè parecchie ore trascorse a curiosare sul set e senza infastidire alcuno, ma solo per pensar ed immaginare,  avevamo capito già allorache la curiosità restava altissima, a film finito, per la prova di attore di Moretti, lui che è così spudoratamente ed esageratamente un non attore, ma è al contempo anche più di un attore.  Anche questo resta Nanni Moretti, e queste sospensioni, queste incertezze le dobbiamo, ancora, alla sua  arte autentica. Infine spiare Nanni, anche quando sul set oziava, paradossalmente è stata una esperienza  degna, una riga in più su un eventuale curriculum della vita.  Piace ora spendere in questo contesto quella che rimane la nostra idea di “sostegno” ad un suo capolavoro: “Ecce Bombo” girato da Nanni nel lontano 1977 e questo perché “Ecce Bombo”, noi reputiamo, resta il suo film “manifesto” ed il suo film “ideologia”, perché Nanni attraverso il suo cinema ha fatto anche politica, e tra la più trasparente. E proprio con “Ecce  Bombo” ci ha regalato davvero un trattato trasparente di politica culturale.  “Ecce Bombo”  è stato il film che in qualche maniera ha anticipato tanti temi e tanti argomenti, qui impressi in piccoli quadri ma che poi Nanni ha analizzato davvero nello specifico nei tanti titoli che sono seguiti nella sua filmografia e che hanno inciso sempre più la sua carriera di autore formidabile.  Ci era piaciuto davvero molto il suo film, quell’ “Ecce Bombo”, che in molti di noi si era anche instaurata, pur non riconoscendola affatto all’epoca, una sorta di identificazione con i personaggi ed anche con il suo clima. Una disperazione in fondo, ed anche una confusione certo, che negli anni successivi al 1978 ha portato, a qualcuno di noi, verso  l’isolamento, verso la scelta estrema del terrorismo o anche verso la scelta di un arrivismo dopo, tutto sommato, sprecato in malo modo. L’eccezionalità di un film come “Ecce Bombo”, per altri di noi, è stata anche che, prendendo a prestito le sue battute per poi ripeterle nelle occasioni deputate, mai capendo fino in fondo che ridevamo di noi stessi, dei nostri enormi fallimenti sui temi “umanistici”. E’ stato davvero un film caposcuola, un film che ha fatto, e continua a farlo, ed oggi magari anche storicamente, “sociologia”. E’stato bello poi quando, in una occasione di incontro con Moretti, lui ci abbia regalato una “convinzione” dicendo: “mi fa piacere che avete trovato tante occasione di divertimento nei miei film. Mi fa davvero piacere”. Nanni Moretti infine è stato a Latina anche a presiedere i dibattiti per le proiezioni delle sue ultime pellicole come è successo con “Santiago, Italia”, “Tre  piani” e “Il Sol dell’avvenire”. Ma la sua presenza a Latina è tornata anche recentemente, e con un film che lo ha visto solo nel suo compito di produttore: “Vittoria”, diretto dai registi Alessandro Cossigoli e Casey Kauffman. Naturalmente tutte proiezioni queste a Latina che la presenza di Nanni ha favorito uno strepitoso successo di pubblico.</p>
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