Antonio Pennacchi racconta la sua idea sul cinema.

Giovanni Berardi

Quale l’idea sul cinema dello scrittore Antonio Pennacchi?  “Parto sempre da quello che deve essere lo scopo di un film,  cioè quello di raccontare una bella storia“.  Antonio Pennacchi, premio Strega 2010 per la narrativa con Canale Mussolini, non ha dubbi. Ed aggiunge: “molte volte queste storie il cinema le ha belle e pronte in tanti buoni libri.  Io mi domando perché non approfittarne?  Poi sono sempre più convinto che il cinema italiano, da molti anni, non lo sanno più scrivere. La sua grave crisi per me rimane una crisi essenziale di scrittura”.

Antonio Pennacchi, scrittore, ha avuto con il cinema, comunque, un’esperienza che non lo ha gratificato affatto, non lo ha convinto, anzi lo ha lasciato addirittura inviperito. Dice Pennacchi: “non amo assolutamente il film tratto dal mio romanzo  Il Fasciocomunista. Vita scriteriata di Accio Benassi. Il regista  Daniele Luchetti e gli sceneggiatori  Rulli e Petraglia  me lo hanno letteralmente scippato di mano”.  Noi insistiamo a dire che  Sandro Petraglia e Stefano Rulli oggi sono la coppia di sceneggiatori che nel cinema italiano resta un po’ il contraltare di quello che sono stati, negli anni cinquanta e sessanta in modo particolare, Agenore Incrocci detto Age e Furio Scarpelli, la coppia di sceneggiatori più acclamata, quelli a cui si devono alcuni classici capolavori del cinema italiano come  I soliti ignotiLa grande guerraL’Armata BrancaleoneIl buono il brutto il cattivoC’eravamo tanto amati.

Petraglia e Rulli, rappresentano oggi quella che è la migliore scrittura per il cinema italiano, basta un solo titolo,  La meglio gioventù, ad esempio, un film diretto da Marco Tullio Giordana che resta un affresco preciso e puntuale di date storiche, di incontri e di situazioni del secondo novecento davvero encomiabile anche nella semplicità del suo complesso, ma tanti altri se ne possono citare a sostegno. Poi il regista Daniele Luchetti, che ha diretto il film dall’opera letteraria di Pennacchi, rimane senz’altro uno dei più autorevoli esponenti del nuovo cinema italiano. Luchetti ha alle spalle opere come Il portaborse, La scuola scuola, I piccoli maestri, La nostra vita nostra vita.  Ed allora cosa è successo al film tratto dal romanzo di Antonio Pennacchi? Lo scrittore lo avevamo sentito già nei tempi giusti, quando la polemica era davvero calda, mentre cioè Latina era immersa nel contesto scenografico e culturale dell’epoca descritta dal romanzo, gli anni cinquanta. Tutte le strade, le automobili, le figure a Latina, rimandavano proprio continuamente a quegli anni, giorni e giorni di set anni cinquanta a cielo aperto, e Pennacchi in quei frangenti lo avevamo trovato già contrariato, appunto, da come le cose nel tempo stavano evolvendo. Perché prima ci fu un tentativo – quanto autentico non è dato a capirsi – della produzione, che era la serissima ed importantissima Cattleya di Riccardo Tozzi, di coinvolgere Pennacchi nella sceneggiatura del film, poi la produzione decise diversamente. Infine Antonio Pennacchi venne estromesso definitivamente dal progetto del film e da tutti i contatti. A questo punto è iniziata, da parte dello scrittore, quella che rimane una difesa istintiva del suo prodotto editoriale. Lo scrittore già temeva, in quei giorni di lavorazione, che le distanze già emerse, in sede di prima stesura della sceneggiatura, avrebbero raggiunto con la sua assenza percentuali pari alla negazione quasi completa del suo testo. Forse Pennacchi può restare contento per il successo del film, tra l’altro presentato in concorso anche al Festival di Cannes 2007, che è servito molto proprio in termini di notorietà, anche se Pennacchi oggi giustamente  ribatte: “…e chi se ne frega, quello non era un mio motivo ideale…”.  Comunque, ormai, mettiamola come ci pare, ma quando in termini nazionali si parla di Antonio Pennacchi lo si fa ricordando sempre il fatto che è stato il vincitore del Premio Strega 2010 con Canale Mussolini,  ma anche che dal suo libro Il Fasciocomunista. Vita scriteriata di Accio Benassi, tra l’altro premio Napoli 2005 per la letteratura, è stato tratto il film  Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti.PENNACCHI

Pennacchi comunque non ha più molta voglia ancora di parlare di questo, lui, che è piuttosto spiritoso ed affabulatore, sembra quasi imbarazzato ad affrontare nuovamente l’argomento, ma in un articolo in cui si parla di cinema questo ritorno è quasi indispensabile.  Lo guardiamo negli occhi e ci viene da pensare che il suo berretto blu, che lui considera come la coperta di Linus, è diventato ormai un ornamento simbolo della sua identità mediatica, anche se l’abitudine di indossarlo, come ci ha detto, deriva da motivi assai normali, cioè da una brutta artrosi cervicale.  Poi il copricapo, come ha ancora spiegato, è divenuto un elemento di identificazione con il papà, che portava sempre un basco, un papà che lo scrittore descrive come un vero eroe: “perché lui fu davvero uno di quelli che bonificarono l’Agro Pontino con sangue, sudore e lacrime”.

Ormai Antonio Pennacchi sembra guardare solamente più avanti, giustamente, davvero oltre il film, e le qualità sono tutte in ordine per questo: questa incomprensione con Luchetti, confessa, è superata da tempo, ma la rabbia comunque è rimasta tanta. Forse perché al valore culturale, comunicativo, proprio al valore di fratellanza tra la scrittura ed il cinema Antonio Pennacchi crede ancora molto. Noi aggiungiamo anche, d’altra parte può essere, che uno dei motivi per cui si fa il cinema, molte volte, è anche quello di creare divi, quindi soprattutto apparenze, lustrini, anche in qualche caso vera superficialità e assoluto colore. Visto in questi termini, pensiamo, Luchetti ha sfornato un buonissimo titolo, anzi per noi resta ancora il suo film migliore: una pellicola che ha vinto quattro David di Donatello per la migliore interpretazione (un Elio Germano davvero da Oscar), la migliore interpretazione da non protagonista (Angela Finocchiaro), la migliore sceneggiatura, appunto e malgrado Pennacchi, ed il miglior montaggio. Anche  Canale Mussolini pare da più parti invocato affinché diventi un film. Pennacchi però resta,  in questo senso,  con i dubbi::  “è vero, i contatti ci sono stati, perlopiù con la società che gestisce i diritti del romanzo. Però non c’è nulla di concreto ancora,  niente di deciso insomma. E per quanto mi riguarda non mi informo nemmeno più di tanto”.  E quale il regista, proviamo a domandare, che secondo Antonio Pennacchi può non tradire questa personale storia?  Dice Pennacchi: “dico solo una cosa, per rispecchiare davvero l’anima del mio romanzo occorre un budget vicino ai trenta milioni di euro. Detto questo posso solo dire che il regista ideale sarebbe  Steven Spielberg”.

2243921Pennacchi in fondo è stato coinvolto da sempre nelle cose del cinema, anche quando ancora non era  lo scrittore affermato che sarebbe diventato. Il critico cinematografico e scrittore Enzo Siciliano, ad esempio,  lo coinvolse in un progetto ambizioso, per conto della casa editrice Lindau e per la sua collana Storie di italiani-Storia d’Italia, che stava dirigendo.  Quel progetto era  un saggio critico, dedicato al film  C’eravamo tanto amati,  diretto nel 1974 da Ettore Scola, un film che è rimasto uno dei più alti contributi dati alla cultura italiana da quell’immenso movimento cinematografico che è stata la commedia all’italiana. Il lavoro voluto da Siciliano  prevedeva una redazione a più mani, oltre a Pennacchi erano coinvolti nel saggio personalità culturali come Nello Ajello, Marco Risi, Alfredo Reichlin, Sandro Veronesi, Giorgio Van Straten, Bruno Roberti, Lorenzo Pavolini, Roberto Nepoti, Barbara Palombelli, Francesca Sanvitale, Giuseppe Rotunno, Furio Scarpelli. Dice Pennacchi: “nel saggio che citi mi sono occupato soprattutto del personaggio interpretato da Aldo Fabrizi,  un palazzinaro senza scrupoli, che diventa il suocero di Vittorio Gassman,  un personaggio che in gioventù era stato un fervente idealista insieme ai suoi due amici di resistenza nella lotta partigiana, Nino Manfredi e Stefano Satta Flores, che idealisti invece lo sono rimasti sino in fondo. Il personaggio di Gassman, al contrario, una volta accettata la fede capitalista diventa, negli affari e negli affetti, ancora più spietato del suocero”. Poi, in tempi più recenti, la riedizione è dell’aprile 2011, la casa editrice Bur ha commissionato a Pennacchi una nuova introduzione al romanzo Metello di Vasco Pratolini, dal quale nel 1970 il regista Mauro Bolognini trasse il bellissimo film con la formidabile interpretazione di Massimo Ranieri.   E’ l’occasione per sostenere con Pennacchi quanto queste operazioni di traduzioni filmiche aiutano i libri nel loro percorso più popolare, Pennacchi però non vuole assolutamente credere in questa verità.  Noi diciamo però che non può essere solo un caso che  Metello,  ad esempio e non è il solo, è stato affrontato nelle scuole, con vera convinzione, solo dopo l’uscita del film nelle sale cinematografiche, prima del 1970 invece era vissuto nelle scuole in maniera assolutamente tiepida.elio_germano

Dice Pennacchi: “non diciamo ora che è tutto merito del cinema, per favore.  Il romanzo di Pratolini già nel 1953 aveva vinto il Viareggio ed aveva un seguito incredibile nel dibattito culturale”.  Tutto vero certamente quello che, in questo senso, dice Pennacchi, ma noi non parlavamo di attenzioni critiche, ma piuttosto di quelle popolari. Ma tanto è.  Comunque Antonio Pennacchi aveva scritto già quattro libri,  Mammut, Palude, Una nuvola rosa, Il Fasciocomunista. Vita scriteriata di Accio Benassi era da poco in libreria, ma si cominciò a parlare di lui, in termini culturali concreti, solo dopo il leggendario “vaffa”  lanciato all’indirizzo dello stimato filosofo Gianni Vattimo, in un incontro di natura politica organizzato dall’allora Partito Democratico della Sinistra.  Quel “vaffa” di conseguenza ha fatto scendere a Latina il direttore di Sette, il settimanale del Corriere della Sera, Claudio Sabelli Fioretti,  per dedicargli un episodio della sua seguitissima ed interessante rubrica  I conti con il passato.  Ora Antonio Pennacchi è spesso in televisione, e, ci va di sottolinearlo, un Pennacchi gran personaggio in fondo, pronto ad alimentare sempre nuove puntate di Blob. E questo rimane un merito certamente assoluto. Quando Pennacchi, lui vincitore del premio Strega 2011, è stato invitato a passare il testimone a Edoardo Nesi per Storia della mia gente, in quella serata televisiva abbiamo sentito il vaffa liberatorio giungere improvviso e puntuale da Antonio Pennacchi, perché ancora microfonato,  mentre si stava allontanando dal proscenio: in un mondo culturale diventato piuttosto afono, appiattito, timido, chiuso nei conformismi, pensiamo che sono anche le provocazioni di questo intellettuale ex operaio a restare tra le poche cose davvero comunicative e centrali. Comunque Antonio Pennacchi, per tornare nella sua idea di cinema, una sua primissima esperienza con la macchina da presa l’aveva già avuta nel 2003 interpretando se stesso in  Latina-Littoria. Una città,  il documentario girato da Gianfranco Pannone, dove Pennacchi è il girovago cantore dell’Agro pontino, che fa i conti, nel bene e nel male, con il mito del Duce e per recuperare, in qualche maniera, anche le radici di Littoria.  Il film vincitore tra l’altro del Festival del documentario di Torino ha sancito, per il suo regista,  Gianfranco Pannone,  l’ascesa professionale anche in termini internazionali. Il film ha avuto echi clamorosi nella città citata, Latina, tra l’altro terra di adozione del regista e terra natia per lo scrittore. Ma anche questo film, nel tempo, ha trovato la strada della delusione, soprattutto per i rapporti che, in definitiva, dopo si sono creati, tra lui ed il regista.

Il prossimo futuro nel cinema per Antonio Pennacchi si chiamerà, forse, almeno c’era e tutt’ora persiste un progetto Mimmo Calopresti.  Il progetto, infatti, del regista calabro – torinese, già storico autore de  La seconda volta, 1995), La parola amore esiste, 1998,  Preferisco il rumore del mare, 1999,  La felicità non costa niente, 2003,  resta quello di portare sullo schermo la vita narrata di Pier Paolo Pasolini a Sabaudia  (questo già potrebbe essere il titolo del documentario), la cittadina sul litorale pontino che il poeta stava per eleggere, attraverso la sua poesia e la sua sensibilità soprattutto, come nuovo e centrale luogo stanziale per la sua esistenza. Ma una condizione tragica nella notte del 31 ottobre 1975 renderà vano questo desiderio.

Pennacchi racconta ora, quella che è stata, dice, una classica fatica letteraria, un saggio su Dostoevskij, che guarda caso, ricorda Pennacchi  “è un autore molto saccheggiato dal cinema, l’ultimo film, almeno in Italia, è quello ad opera Giuliano Montaldo  I demoni di Dostoevskij”.   E Montaldo, questo è un inciso, come ci ha ricordato nella nostra intervista di dicembre, era nella giuria del premio Strega 2010 a votare proprio per Pennacchi e per il suo Canale Mussolini. I suoi passaggi nel cinema Pennacchi li ricorda anche attraverso una esperienza prettamente giovanile, quando negli anni sessanta è stato una modesta comparsa – le troupe dei film di cappa, spada e cartapesta, molto attive nel periodo dei primi anni sessanta, si spingevano da Cinecittà verso i luoghi pontini per girare in scenari più consoni, come il lago di Fogliano, il Circeo, Torre Astura, Sermoneta o Tor Caldara, le loro storie avventurose. Un film, in particolare, Pennacchi lo ricorda con gli occhi contenti, forse è un momento brioso, da adolescente: Sandokan alla riscossa, con la regia di Luigi Capuano ed interpretato dai divi di allora, Ray Danton, Franca Bettoia, Mario Petri, Guy Madison. Ma in realtà il regista Capuano, con la stessa troupe, gli stessi attori, gli stessi figuranti, in quel frangente e contesto, ha girato due film diversi ma dalle situazioni simili, come era ricorrente nel mercato della cinematografia del periodo: Sandokan alla riscossa e Sandokan contro il pirata di Sarawak.

Dice Pennacchi: “i miei attori preferiti? Tanti sicuramente. Comunque  Kirk Douglas, Paul Newman, Totò, Peppino, Fabrizi, Giuliano Gemma, Stefano Satta Flores.  I registi che ho amato? Sicuramente De Sica, il Fellini de I vitelloni, Le notti di Cabiria, Amarcord. Per restare a i giorni nostri dico che Vincere di Marco Bellocchio è davvero un bel film. Ora però mi piacerebbe vedere Bellocchio districarsi, finalmente, con una commedia classica. Un altro film che reputo straordinario? Scipione detto anche l’africano di Luigi Magni.  Il film che ha migliorato il romanzo? Decisamente Arancia meccanica da Kubrik, migliore del romanzo Un arancia ad orologeria  di Anthony Burgess, da cui è tratto. Un bel film da un buon romanzo? Via col vento di Victor Fleming dal libro di Margareth Mitchell Il conformista di Bernardo Bertolucci tratto da Alberto Moravia.  Se ho mai pensato a scrivere una sceneggiatura? Non ho mai più avuto l’occasione dopo lo scippo di Luchetti, perché è solamente un discorso di occasioni. Cosa penso della differenza che corre tra lo scrivere un romanzo e sceneggiare un film?  E’ lo stesso mestiere, ma è regolato da tecniche diverse. Cosa amo di più del rito cinema? La bella sala che trovavo ed amavo quando ero un ragazzo, piena di gente e piena di fumo. Si stabiliva davvero in quel rito collettivo un rapporto davvero appagante con le emozioni. Cosa ho fatto dopo Canale Mussolini ? Orazio diceva che i versi dovrebbero dormire almeno nove anni. Forse per questo che dopo ho riscritto  Il fasciocomunista. Vita scriteriata di Accio Benassi”.

Ci pare corretto informare, infine, che questo incontro, nato per sapere un po’ idee e gusti di Antonio Pennacchi nell’ambito specifico del cinema, è avvenuto esattamente tre anni fa, nell’estate del 2012. Rieditarla oggi e rileggerla ancora a distanza di anni, pensiamo, può restare ancora un utile piacere.    

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